venerdì 19 maggio 2017

Sui fatti prossimi venturi di Reggio Emilia


Deo gratias, è successo!
Saranno state le preghiere dei vivi e dei morti, il livello di silente sopportazione che ha tracimato per troppa compressione, un'ispirazione virile e dignitosa che ha rotto gli indugi, ed ecco qui, i cattolici escono dalla dimensione privata per calcare lo spazio pubblico con le armi loro proprie, preghiere, processioni, atti di riparazione, come da secoli e secoli sono soliti fare (ultimi anni esclusi, complici un insieme di fattori di cui ben si ha tristemente contezza).

Breviter: Reggio Emilia, la cui rossa pigmentazione, sopravvivendo coriacea ad ogni partitico
lavaggio, ha intriso irrimediabilmente ogni fibra della città, è stata eletta dagli Arci gay della regione come locus amoenus in cui sabato 3 giugno p.v. sfilerà l'omo orgoglio, premio per essere stata il primo italico Comune ad aver celebrato un'unione civile tra persone dello stesso sesso. E fin qui, oramai, nulla di nuovo. Ma, un bel momento, a turbare gli appisolati ed indifferenti animi, salta fuori dal nulla uno sconosciuto Comitato "Beata Giovanna Scopelli", che osa cattolicamente dissentire pubblicamente ed addirittura arriva a farsi promotore di una processione di preghiera in riparazione all'offesa che la sfilata di rosee piume di struzzo corredate di lustrini, frustini e chincaglierie sadomaso varie, ostentate come la punta di diamante del progresso civico, di giustizia ed uguaglianza sociale raggiunto dall'Occidente, oggettivamente arreca a Nostro Signore Salvatore Gesù Cristo. 




Apriti cielo!
 Tutti, ma proprio tutti, dagli anarchici e dalle varie sigle LGBT, passando per il PD ed il M5s, finendo alla locale Chiesa che si fregia dell'attributo di cattolica, sono caduti con un tonfo sordo giù dal pero e, scandalizzati, una voce, hanno baccagliato twittando, comunicando ufficialmente, faceboocando il loro sconcertoso, sgomentoso anatema contro questi folli oscurantisti pieni zeppi di odio - mentre loro sì che sono tutti un pasticcino ripieno di amore e bontà - sbucati all'improvviso da un incunabolo dimenticato del tristo Medioevo, che ardiscono uscire dalle loro tane, dal crepuscolo delle chiese per sfilare sulla pubblica via, che però è roba loro, recitando, - o, quale insopportabile violenza!- Ave Marie e Pater Nostri, per mitigare il bruciore delle piaghe che continuamente vengono da noi umani riaperte al Redentore.

Ed ecco il carosello di giornalini e giornaloni, che ci informano compiutamente di ogni indignata protesta e dissociazione.
In pole position, a titolo di florilegio, il tweet dell'assessore Piddino che proclama, con un sunto di squisita superficialità e qualunquismo, che "noi abbiamo l'amore, loro l'odio", in manifesto odio non solo alla lingua italiana, quindi al significato delle parole, ma anche alla più elementare onestà intellettuale.

Giunge poi l'inevitabile turno della Diocesi, che si smarca trincerandosi dietro ad un laconico ufficiale "non so" e ad un' ufficiosa presa di posizione tramite intervista rilasciata dalla Gazzetta di Reggio al responsabile per la Pastorale Giovanile, don Goccini, il quale, lui sì immensamente presuntuoso, distribuisce patenti di cattolicità e presunzione a sua discrezione, scientemente manipolando il fatto che il pregare per i peccati altrui è un amorevole dono che la vera misericordia divina ha concesso ai cristiani, e, soprattutto, declinando con perfetta modernità la Dottrina e la Tradizione allo Zeitgeist del momento.
Vuoi mettere il piacere alla gente che piace con la gogna della fedeltà al Verbo di Cristo? D'altronde, Lui è così buono e misericordioso che perdonerà, senza tema, tutto, anche il tradimento dei pastori del suo gregge, quella ripugnante zona grigia del cerchiobottismo così à la page, tanto poi non è mica vero che i tiepidi verranno vomitati dalla sua bocca: quello è retaggio dei tempi in cui la Chiesa, cattivona, giudicava.

E' esattamente e nient'altro che questo uscire fuori dalla dimensione privata, questa volontà di professare coram populo l'immutabile Verità della nostra Fede che tanto ha scandalizzato ed infastidito il bel mondo e ne ha provocato l'unanime levata di scudi e la stizzosa reazione.

Finchè queste quattro cariatidi di cattolici cosiddetti tradizionalisti se ne stanno curvi sugli
inginocchiatoi delle panche a sgranare Rosari, confinati nel recinto della dimensione privata, facciano pure: oibò, noi siam figli di Voltaire e dei suoi Lumi, liberali e tolleranti. Ma guai se mettono un piede fuori dalla riserva, guai se intonano per le vie un canto che stona nel coro belante "mi piace", guai e guerra a loro, con ogni mezzo, senza quartiere, con calunnie, demonizzazioni, dileggi, linciaggi e quant'altro, se si provano a porsi come interlocutori pubblici, a pronunciare parole chiare e nette, che
non vogliamo sentire, che non possiamo permettere che altri ascoltino.


E' buon segno questo livore collettivo contro la processione. Esso ci dice che si imbocca la strada buona, quella che tanto rode e fa infuriare il principe del mondo, che di Regalità Sociale di Nostro Signore non può proprio sentir parlare.

Avanti dunque, senza paura, con l'orgoglio e la fierezza della nostra testimonianza, consapevoli degli sputi, forse neppure tanto metaforici, che ci attendono ed a cui risponderemo ricordando queste parole:
"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5 11-12)

A rivederci a Reggio!








giovedì 11 maggio 2017

20/05/2017 - 28/05/2017 La Madonna di S. Luca scende in città (Bologna)

20/05/2017 - 28/05/2017

L’abbraccio dei bolognesi alla Madonna di S.Luca

 


Ogni anno a Maggio la Sacra Immagine della “Madonna di San Luca” scende in Città, alla Cattedrale di S. Pietro.

 

al LINK un PDF del programma dettagliato

 

In particolare segnaliamo in S. Pietro Sabato 27 Maggio alle ore 12 

la S. Messa nella forma Straordinaria del Rito Romano


mercoledì 19 aprile 2017

Per Sua Santità Benedetto XVI

Il 16 aprile 2017, oltre ad essere la Pasqua di resurrezione di Nostro Signore, ricorreva anche il novantesimo compleanno di Sua Santità papa Benedetto XVI.
Riportiamo un articolo in cui lo scrittore e giornalista Marcello Veneziani traccia un ritratto del pensatore tanto umile quanto colto che ha tentato di far rinsavire l'Occidente, del pastore saggio e lungimirante che ha lasciato doni inestimabili al suo gregge, del Papa più avversato ed incompreso dal post concilio.

Senza entrare nel merito della sua famigerata rinuncia, ferita che ancora non si rimargina, qui si vuole solamente tributargli un omaggio, ricordarne l'operato ed augurargli buon compleanno.

Auguri, Santità, ad multos annos! 





RATZINGER, IL PAPA CHE SI RITIRO'

Sembra un'eternità, ma sono passati solo quattro anni dalla rinuncia di Benedetto XVI al papato. Ora Papa Emerito, Joseph Ratzinger oggi compie novant'anni.

Quando fu eletto apparve come il Papa della continuità, non solo rispetto a Woytila, ma alla tradizione cattolica. La sua elezione rispecchiava la centralità tedesca nell'Europa unita. Sul piano pastorale, l'avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada ed una sfida: affrontare il nichilismo e l'ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l'Europa cristiana.

Una specie di kulturkampf , di battaglia culturale, con un Papa intellettuale a guidare la sfida. ma la sordità dell'Europa, i pregiudizi verso la Chiesa ed il Papa tradizionalista, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici che lo travolsero, le fake news, o meglio le maldicenze contro di lui, l'inimicizia dei poteri che contano, portarono Ratzinger alla disfatta.

La Chiesa allora preferì puntare al cuore anzichè sulla testa e ripartire dalle periferie del mondo, a sud, anzichè dall'epicentro della crisi, a nord. Con Francesco, il papulista, è nata la parrocchia globale e l'interclub (rotariano) delle religioni, con una spiccata predilezione verso gli islamici, anche migranti.

Se Francesco, con la sua accorta semplicità, è più vicino alla folla ed ai popoli lontani, Ratzinger, Papa a latere nel suo ritiro monastico, è più vicino alla solitudine spirituale degli europei. Il Papa sconfitto dal suo tempo ne riflette il tormento e la crisi.

Resta il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s'incrociano, ingenerando smarrimento ottico e pastorale. E resta lo choc di un Santo Padre che si dimise dal suo ruolo paterno, abdicò alla missione pastorale. spezzando il filo della Tradizione. Ma se la Provvidenza a volte muta le sventure in grazia, un Papa dimesso, in disparte, fuori dai riflettori, può farsi testimone e consorte delle solitudini diffuse.

Si avvertiva nella voce di Ratzinger l'affanno dei secoli e, nei suoi occhi che evitavano di incrociare lo sguardo del mondo, sembrava celarsi un segreto. Forse la percezione della catastrofe spirituale del nostro tempo, lo spettacolo di un'abissale sordità alla missione religiosa ed alla prospettiva della fede.

Nel suo invecchiare si rifletteva la tremenda vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese deserte, vocazioni calanti, sacerdoti che vacillano nella fede. Il cinismo che cresce. Quanto ha pesato l'impossibilità di fronteggiare il deserto che avanza nell'eutanasia del papato?

Le sue dimissioni pronunciate in latino sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie ed indelebili.

Da un verso Ratzinger fu un rigoroso difensore della fede e della dottrina contro la dittatura del relativismo; ma dall'altro c'era in lui il tormento del filosofo che si confronta con l'ateismo e riapre i conti con Nietzsche, Heiddegger ed il pensiero contemporaneo.

Lui che è stato strenuo difensore della Tradizione, lui che il filosofo cattolico Del Noce definiva "il più alto esempio di cultura di destra"; proprio lui si è affacciato nelle terre incognite dell'ateismo più do ogni altro Papa.

Arrivò a dire che un inquieto ricercatore privo di fede è più vicino a Dio di un devoto per routine, così sconfessando millenni di fede tramandata e milioni di fedeli per consuetudine. Si spinse poi a dire che la verità non abita dentro di noi, nessuno la possiede; ma la verità possiede noi, noi siamo dentro la verità. E dunque nessuno detiene il monopolio della verità e può disporre in suo nome.

A ben vedere, è una rivoluzione rispetto alla fede insegnata nei millenni, ma anche rispetto a chi ritiene irraggiungibile la verità e non si accorge di essere invece dentro al suo raggio. Ratzinger fu lacerato dal conflitto tra fede ed inquietudine, tradizione e ricerca, poco compreso dal mondo.

Per la sua fragilità era più amabile del suo predecessore e del suo successore, ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della società senza padre in cui viviamo.

Non si dimenticano i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale, le sue pantofole rosse.

Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: sono un pensatore che regge le sorti del Pontificato. Aveva quel "non so che di angelico", come diceva Petrarca di Celestino V, il Papa che abdicò, "inesperto di cose umane".

Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi, occhieggiava all'umorismo degli angeli o si atteggiava ad un' affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa, interprete del Papa Re nel Marchese del Grillo.

Di tutte le sue lezioni teologiche ci resta impressa la più puerile. Fu a Milano, qualcuno gli chiese come s'immaginava il Paradiso. Liberandosi mentalmente della mitria, il Papa disse che lui il Paradiso lo figurava come un ritorno all'infanzia, con suo padre e sua madre.

Una confessione proustiana, tenera ed universale, che sfugge al rigore della dottrina ed alla fede, parte dal cuore e arriva dritta al cuore di ognuno. Gli unici paradisi intravisti in terra sono i paradisi perduti.

Ratzinger è apparso come il Papa di transito tra due pontefici di alta popolarità e forte efficacia mediatica. Quanto poi questo giovi alla fede ed alla religione lo sa solo Dio.

Si riscontrano solo cali di vocazioni, chiese deserte, nessuna conversione.

Comunque sia, Auguri Santità!

domenica 16 aprile 2017

Pasqua


 

IL SANTO GIORNO DELLA PASQUA

AL MATTINO
La Risurrezione di Cristo.
Le lunghe ore della notte dal Sabato alla Domenica sono ormai trascorse ed il sorgere del giorno si avvicina. Maria, col cuore oppresso, attende con paziente coraggio il momento che le restituirà il Figlio. La Maddalena, con le sue compagne, ha vegliato tutta la notte e non tarderà molto ad incamminarsi verso il sepolcro. Dal fondo del Limbo, lo spirito del divin Redentore si appresta a dare il segnale della liberazione a quelle miriadi di anime giuste, prigioniere da sì lungo tempo, e che ora lo circondano di tutto il loro rispetto, di tutto il loro amore. La morte si libra silenziosa sul sepolcro ove ha racchiuso la sua vittima. Da quel giorno lontano, in cui essa divorò Abele, inghiottì innumerevoli generazioni: ma giammai aveva ghermito tra i suoi lacci una sì nobile preda. Mai come allora la sentenza del Paradiso Terrestre si era così spaventosamente adempiuta; e mai, pure, nessuna tomba aveva visto fallire le sue speranze con una smentita altrettanto crudele. Più di una volta la potenza divina le aveva involato le sue vittime: il figlio della vedova di Naim, la figlia del capo della Sinagoga, il fratello di Marta e di Maddalena, le sono stati rubati; ma essa li attende alla loro seconda morte. V'è un altro, però, di cui fu scritto: "Io sarò la tua morte, o morte; sarò la tua rovina, o sepolcro" (Osea 13, 14).
Ancora pochi istanti, e la lotta comincerà tra i due avversari.
Come per il rispetto dovuto alla divina Maestà non poteva essere permesso che quel corpo, unito a un Dio, attendesse nella polvere il momento in cui l'Angelo al suono della tromba chiamerà tutti per il giudizio supremo, cosa che avverrà per i peccatori; così era conveniente che fossero abbreviate le ore in cui il potere della morte doveva prevalere. "Una generazione malvagia ed adultera chiede un prodigio - aveva detto Gesù - nessun prodigio però le sarà dato vedere, se non quello del Profeta Giona" (Mt 12,39).
Tre giorni di sepoltura, la fine del venerdì, la notte seguente, tutto il sabato con la sua notte e le prime ore della domenica. È sufficiente: sufficiente per la giustizia divina, ormai soddisfatta; sufficiente per attestare la morte dell'augusta vittima e per assicurare il più strepitoso dei trionfi; sufficiente per il cuore desolato della più tenera tra le madri. "Nessuno mi può togliere la vita ma da me stesso io la dò; è in mio potere il darla, ed è pure in mio potere il riprenderla di nuovo" (Gv 10,18). Così aveva detto Gesù agli Ebrei prima della sua Passione; e la morte adesso sentirà tutta la forza di questa parola del padrone del mondo.
La Domenica, il giorno della Luce, comincia a spuntare; il primo chiarore dell'aurora combatte già le tenebre. E subito l'anima divina del Redentore si slancia dalla prigione del Limbo, seguita dal numeroso stuolo delle sante anime che l'avevano attorniata. Essa traversa lo spazio in un batter d'occhio e, penetrando nel sepolcro, rientra in quel corpo dal quale si era distaccata tre giorni prima in mezzo agli spasimi dell'agonia. Le sacre spoglie si rianimano, si risollevano, si liberano dai lenzuoli, dagli aromi e dalle bende in cui erano avvolte. Le lividure sono sparite, il sangue è tornato e scorre nelle vene; e da quelle membra lacerate dalla flagellazione, da quella testa ferita dalle spine, da quei piedi e da quelle mani traforate dai chiodi, si sprigiona una vivissima luce che sfolgora nella caverna. Gli Angeli che adorarono teneramente il fanciullo di Betlemme, adorano adesso, tremando, il vincitore del sepolcro; piegano con rispetto, e depongono sulla pietra, dove quel corpo riposava immobile fino a pochi istanti prima, i lenzuoli nei quali era stato avvolto dalla pietà dei due discepoli e delle pie donne.
Ma il Re dei Secoli non deve attardarsi oltre sotto la volta funebre; più rapido della luce che attraversa il cristallo, supera l'ostacolo che oppone la pietra posta all'entrata della caverna, che la pubblica autorità aveva sigillato e circondato di soldati armati. Tutto è restato intatto: ma il Trionfatore della morte è tornato a libertà, simile a quando apparve agli occhi di Maria nella povera stalla, senza alcuna violenza per il seno materno, secondo quanto unanimemente ci dicono i Dottori della Chiesa. Questi due misteri della nostra fede si riuniscono e proclamano il primo e l'ultimo termine della missione del Figlio di Dio: all'inizio una Madre rimasta vergine; alla fine un sepolcro sigillato, che restituisce colui che vi teneva prigioniero.

La sconfitta della morte.
Il silenzio più profondo regna ancora nel momento in cui l'Uomo-Dio ha spezzato lo scettro della morte. La sua e la nostra liberazione non gli hanno costato alcuno sforzo. Oh! Morte, cosa resta adesso del tuo impero? Il peccato ci aveva consegnato a te: tu riposavi sulla conquista fatta; ed ecco che la tua sconfitta arriva al colmo. Quel Gesù che eri così fiera di tenere in tuo potere, ti è sfuggito; e tutti noi, dopo esser stati in tuo possesso, ci troveremo pure liberati. La tomba che ci scavi diventerà la nostra culla per una Vita nuova, poiché colui che ha trionfato su di te è il primogenito tra i morti (Ap 1,5). Ed oggi è la Pasqua, il Transito, la liberazione, per Gesù e per tutti i suoi fratelli. Noi seguiremo tutti la strada che Egli ci ha tracciata; e verrà il giorno in cui tu, che ogni cosa distruggi, tu la nemica, tu sarai annientata a tua volta dal regno dell'immortalità (1Cor 15,26).
Ma noi contempliamo la tua sconfitta fin da questo momento e ripetiamo, a tua vergogna, il grido del grande Apostolo: "O morte, dov'è la tua vittoria? Dov'è il tuo pungiglione? Per un momento hai trionfato ed eccoti assorbita nella vittoria" (ivi, 55).
 
L'apertura del sepolcro.
Ma il sepolcro non dovrà restare sempre sigillato: bisogna che si apra e che dimostri in pieno giorno che colui il cui corpo inanimato vi dimorò per qualche ora, l'ha abbandonato per sempre. Improvvisamente trema la terra, come al momento in cui Gesù spirava sulla Croce; ma questa convulsione del globo terrestre non indica più l'orrore: esso adesso esprime l'allegrezza. L'Angelo del Signore scende dal Cielo; toglie la pietra dall'ingresso, sedendovi sopra maestosamente; il suo vestito è di una bianchezza abbagliante ed i suoi occhi lanciano lampi sfolgoranti. A quella vista le guardie cadono a terra dallo spavento; e restano là come morti, finché calmati nel loro terrore dalla bontà divina, si rialzano e, abbandonando quel luogo, si dirigono verso la città, a render conto di ciò che hanno veduto.

L'apparizione alla Madonna.
Nel medesimo tempo, Gesù risorto, prima che alcun essere mortale abbia potuto contemplarlo nella sua gloria, ha attraversato lo spazio e in un attimo si è riunito alla sua Santissima Madre.
Egli è il figlio di Dio, il Trionfatore della morte, ma è pure figliuolo di Maria. Ella gli è stata vicina, assistendolo fino al termine della sua agonia; ha unito il sacrificio del suo cuore materno a quello che egli stesso offriva sulla Croce; è dunque giusto che siano per lei le prime gioie della risurrezione. Il santo Vangelo non annovera tra le apparizioni quella del Salvatore a sua Madre, mentre lo fa dettagliatamente per tutte le altre; è facile capirne la ragione.
Quest'ultime avevano per scopo di divulgare il fatto della Risurrezione, mentre quella era solo reclamata dal cuore di un figlio, e di un figlio come Gesù. La natura e la grazia esigevano questo primo incontro, che nella sua misteriosità commovente, forma la delizia della anime cristiane. Non vi era bisogno che fosse registrata nei libri sacri; la tradizione dei Santi Padri, a cominciare da S. Ambrogio, era sufficiente a trasmettercela, anche se i nostri cuori non ne avessero avuto prima il presentimento. E quando noi ci domandiamo per quale ragione il Signore, che doveva uscir dalla tomba di Domenica, volle farlo nelle prime ore del giorno, ancora prima che il sole sorgesse ad illuminare l'universo, noi ci associamo senza difficoltà, al parere di quegli autori che hanno attribuito questa premura del Figlio di Dio al desiderio che aveva il suo cuore di mettere fine alla dolorosa attesa della più tenera e della più afflitta delle Madri.
Quale parola umana oserebbe provarsi a descrivere le effusioni del Figlio e della Mamma, in quell'ora tanto desiderata? Gli occhi di Maria, consumati dal pianto e dall'insonnia, si aprono improvvisamente nella dolce e viva luce che le annunzia l'avvicinarsi del suo diletto; la voce di Gesù risuona alle sue orecchie, non più con quell'accento doloroso che poco prima scendeva dall'alto della croce e, quale spada, trapassava il suo cuore materno, ma piena di gioia e di tenerezza, come si conviene a un figlio che viene a raccontare i suoi trionfi a colei che gli ha dato la luce.
L'aspetto di quel corpo sanguinante e inanimato, che tre giorni fa ella prendeva tra le sue braccia, ora è radioso e pieno di vita, come se emanasse il riflesso di quella divinità alla quale è unito; le carezze di un simile figlio, le sue parole di tenerezza, gli abbracci suoi, che son quelli di un Dio: ecco la scena rappresentataci in modo sublime dalla parola del Ruperto, che ci dipinge l'effusione di gioia di cui il cuore di Maria si trova ricolmo, come un torrente di felicità che la esalta e le toglie lo strazio dei dolori atroci che ella ha dovuto sopportare [1].
Nondimeno questa profusione di delizie che il Figlio di Dio aveva preparato a sua Madre, non fu così subitanea, come le parole di questo autore del XII secolo potrebbero farci credere. Nostro Signore ha voluto descrivere, egli stesso, quella scena in una rivelazione fatta a santa Teresa. Si degnò di confidarle che la sua divina Mamma era così profondamente abbattuta, da non resistere ancora molto senza soccombere al suo martirio e che, quando si mostrò a lei, appena uscito dal sepolcro, ebbe bisogno di qualche istante per ritornare in se stessa, prima di ritrovarsi in istato di godere una tale gioia; e il Signore aggiunge che le restò non poco vicino, perché questa sua prolungata presenza le era necessaria [2].
Noi cristiani, che amiamo la Madre nostra, che l'abbiamo vista sacrificare sul Calvario il suo Figliolo, dividiamo con cuore filiale la felicità di cui Gesù si compiace di colmarla in questo momento, e impariamo, nel medesimo tempo, a compatire i dolori del suo cuore materno. È questa la prima manifestazione di Gesù risorto: ricompensa della fede che fu sempre viva nel cuore di Maria, anche durante l'oscurità dell'eclissi che era durata tre giorni.
Ma è giunto il tempo in cui il Cristo si mostrerà ad altri, e che la gloria della Risurrezione comincerà a brillare sul mondo. Si è fatto vedere prima di tutto da colei che fra le creature gli era la più cara e che sola era degna di una tale felicità; adesso, nella sua bontà, ricompensa, con la sua visione consolante, le anime devote che sono rimaste fedeli all'amor suo, in un lutto forse troppo umano, ma ispirato a una riconoscenza che, né la morte, né il sepolcro, avevano scoraggiato.

Le Pie Donne al Sepolcro.
Maddalena e le sue compagne, ieri, quando il tramonto del sole venne ad annunciare che, secondo gli usi degli Ebrei, la grande giornata del Sabato lasciava il posto a quella della Domenica, uscirono per la città in cerca degli aromi per andare ad imbalsamare nuovamente il corpo del loro amato Maestro, appena la luce del giorno avesse permesso di recarsi a compiere questo pietoso dovere. La notte trascorse insonne; e le tenebre non erano ancora completamente dissipate, quando Maddalena, con Maria Madre di Giacomo, e Salome, prendevano la via del Calvario, presso il quale era la tomba dove riposava Gesù. Preoccupate com'erano, non si domandavano neppure quali braccia avrebbero potuto sollevare la pietra che chiudeva l'ingresso della grotta; ancor meno avevano pensato al sigillo della pubblica autorità che bisognava rompere. Arrivarono il primo sorgere del giorno e la prima cosa che colpì i loro sguardi fu la pietra posta a chiusura dell'ingresso, tolta dal suo posto, lasciando così penetrare lo sguardo nell'antro sepolcrale. L'Angelo del Signore, che aveva assolto la missione di togliere questa pietra, e che vi si era seduto sopra, come su di un trono, non le lasciò a lungo nello stupore che le aveva invase: "Non temete - dice loro - perché so che cercate Gesù il Crocifisso. Non è qui, perché è risorto, come disse; venite, vedete il luogo dove egli giaceva".
Era troppo per queste anime, che l'amore del Maestro trasportava, ma che ancora non lo conoscevano in una maniera più spirituale. Esse ne restarono "costernate", ci dice il santo Vangelo. È un morto che cercano: un morto che era carissimo; vien loro detto che è risuscitato; e questa parola non risveglia in loro nessun ricordo. Altri due Angeli si presentano nella grotta, tutta illuminata dallo splendore che diffondono. Abbagliate da questa luce inattesa, Maddalena e le sue compagne, ci dice san Luca, abbassano a terra gli sguardi contristati e pieni di meraviglia.
"Perché cercate tra i morti - dicono loro gli Angeli - colui che vive? Non sta qui, ma è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che il Figliuolo dell'Uomo doveva essere dato in mano a uomini peccatori e messo in croce e risorgere il terzo giorno".
Queste parole fanno una certa impressione sulle pie donne; e in mezzo all'emozione un lieve ricordo del passato sembra rinascere nella loro memoria. E gli Angeli continuano: "Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che è risuscitato e li precede in Galilea".
Esse escono in fretta dal sepolcro e si dirigono verso la città con l'animo diviso tra un sentimento di terrore e quello di una gioia intima che le pervade loro malgrado. Nondimeno non hanno visto che un'apparizione di Angeli e un sepolcro aperto e vuoto. Gli Apostoli, al loro racconto, ben lungi dal lasciarsi andare alla speranza, attribuiscono, ci dice ancora san Luca, all'esaltazione del sesso debole tutte le meraviglie che le pie donne, insieme, vengono a riferire. La Risurrezione, predetta così chiaramente e a diverse riprese dal Maestro non torna alla memoria neppure a loro.
La Maddalena si rivolge in particolare a Pietro e a Giovanni; ma quanto è ancora debole anche la sua fede! Ella era andata ad imbalsamare il corpo del suo amato Maestro e non l'ha più trovato; ora sfoga la sua dolorosa delusione con i due Apostoli: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro - dice - e non sappiamo dove l'abbiano messo".
Pietro e Giovanni al Sepolcro.
Pietro e Giovanni decidono di recarsi sul luogo. Penetrano nell'antro, vedono i lenzuoli piegati ordinatamente sulla tavola di pietra su cui è stato deposto il corpo del loro Maestro; ma gli Spiriti Celesti, che ne fanno la guardia, non si mostrano ad essi. Giovanni, però, come lui stesso ce ne dà testimonianza, in quel momento acquista la fede: d'ora in avanti crederà alla risurrezione di Gesù.
Noi non facciamo che sorvolare su fatti che avremo occasione di meditare più tardi, quando la Liturgia li riporterà sotto i nostri occhi. In questo momento si tratta solamente di seguire, nel loro insieme, gli avvenimenti di quel giorno: il più solenne di tutti.
Fino ad ora Gesù non è apparso che alla Madre sua; le pie donne non hanno veduto che degli Angeli che hanno loro parlato. Questi Spiriti Celesti hanno raccomandato di andare ad annunziare la risurrezione del loro Maestro ai Discepoli e a Pietro. Esse non ricevono la stessa commissione per Maria: e facile comprenderne la ragione: il figlio si è già riunito a sua Madre ed il misterioso e commovente incontro si sta ancora svolgendo, durante questi preludi. Ma ormai il sole brilla già in tutto il suo splendore e le ore del mattino avanzano; sarà l'Uomo-Dio a proclamare egli stesso il trionfo che, in lui, riporta sulla morte il genere umano. Seguiamo con profondo ossequio l'ordine di queste manifestazioni, sforzandoci di scoprirne rispettosamente il mistero.

L'apparizione a Maria Maddalena.
Maddalena, dopo il ritorno dei due Apostoli, non ha potuto resistere al desiderio di visitare nuovamente la tomba del Maestro. Il pensiero che quel corpo sparito, e forse - chissà? - divenuto lo zimbello dei suoi nemici, possa giacere senza onore e senza sepoltura, tormenta la sua anima ardente e sconvolta. Ella si è rimessa in cammino e presto arriva alla porta del sepolcro. Là, nel suo inconsolabile dolore, scoppia in singhiozzi; poco dopo, chinandosi verso l'interno dell'antro, scorge i due Angeli, seduti ciascuno ad una delle estremità della tavola di pietra sulla quale, sotto i suoi occhi, fu steso il corpo di Gesù. Ella non li interroga: son loro che parlano: - Donna - essi dicono - perché piangi?
- Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo!
E dopo queste parole si volge senza aspettarne la risposta. Improvvisamente si trova di fronte ad un uomo, e quest'uomo è Gesù. Maddalena non lo riconosce: sta cercando il corpo morto del suo Maestro e vuole seppellirlo di nuovo. L'amore la guida, ma la fede non rischiara quell'amore; non si accorge che colui del quale cerca le spoglie inanimate è là, vivente, presso di lei.
Gesù, nella sua ineffabile condiscendenza, si degna di farle sentire la sua voce: "Donna - le dice - perché piangi? Cosa cerchi?". Maddalena non ha riconosciuto neppure quella voce; il suo cuore è come intormentito da una eccessiva e cieca sensibilità. Il suo spirito non conosce ancora Gesù. Nondimeno tiene gli occhi fissi su di lui; ma la sua immaginazione, che la trascina, le fa vedere in quell'uomo il guardiano del giardino che circonda il sepolcro. Forse, pensa, è lui che ha nascosto il tesoro che cerco; e, senza riflettere più a lungo, si rivolge ad esso sotto quell'impressione: "Signore - dice umilmente allo sconosciuto - se siete voi che l'avete tolto ditemi dove lo avete messo e io lo porterò via".
Era troppo per il cuore del Redentore degli uomini, per Colui che si degnò di lodare chiaramente in casa del Fariseo l'amore della povera peccatrice; non può più tardare a ricompensare questo tenero affetto: le darà la luce per comprendere.
Allora, con un accento che ravviva nella Maddalena la memoria per tanti episodi di divina familiarità, non le dice che una sola parola: "Maria!". "Maestro", risponde lei con tutta la sua effusione, improvvisamente illuminata sullo splendore di quel mistero. E con uno slancio posa le sue labbra su quei sacri piedi, come quando, abbracciandosi ad essi, ricevette il perdono delle sue colpe. Ma Gesù la ferma; non è ancora venuto il momento di abbandonarsi a lunghe espansioni di gioia. Occorre che Maddalena, primo testimonio della risurrezione dell'Uomo-Dio, venga elevata, per merito del suo amore, al più alto grado di onore. Non è opportuno che Maria riveli ad altri i segreti del suo amore materno; sarà dunque Maddalena che dovrà testimoniare ciò che ella ha visto e ciò che ha udito in quel giardino. È lei che sarà, come dicono i Santi Dottori, l'Apostolo degli stessi Apostoli. Gesù le dice: "Va' dai miei fratelli e di' loro che io ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro".
Questa è la seconda apparizione di Gesù risuscitato: l'apparizione a Maria Maddalena, la prima nell'ordine delle testimonianze.
La mediteremo nuovamente giovedì mattina; ma adoriamo fin da questo istante la bontà del Signore, che, prima ancora di pensare a confermare i suoi Apostoli nella fede della Risurrezione, si degna di compensare l'amore di quella donna che l'ha seguito fin sotto la croce, fino al di là della tomba e che, essendo a lui debitrice di più degli altri, ha saputo anche più degli altri amare. Apparendo per primo a Maddalena, Gesù ha voluto anzitutto dimostrare il suo amore divino verso le creature: amore che ha fatto precedere anche all'affermazione della sua gloria.
Maddalena si affretta ad adempiere l'ordine del suo Maestro e, dirigendosi verso la città, non tarda a trovarsi alla presenza dei Discepoli. "Ho visto il Signore - dice - ed Egli mi ha detto questo". Ma la fede non è ancora penetrata nelle loro anime; solamente Giovanni, al sepolcro, ne ha ricevuto il dono, anche se i suoi occhi non videro che la tomba vuota. Ricordiamoci che, pure essendo fuggito insieme agli altri, lo ritroviamo al Calvario per ricevere l'ultimo respiro di Gesù, e che là è divenuto il figlio adottivo di Maria.

L'apparizione alle Pie Donne.
Intanto le compagne della Maddalena, Maria madre di Giacomo, e Salome, che da lontano l'hanno seguita sulla strada del sepolcro, tornano sole a Gerusalemme. Improvvisamente Gesù si presenta al loro sguardo e le ferma: "Vi saluto" dice. A queste parole il loro cuore divampa di tenerezza e di ammirazione. Esse si gettano con ardore ai suoi piedi, abbracciandoli in atto di adorazione.
È la terza volta che il Salvatore appare risuscitato; questa, meno intima, ma più familiare di quella di cui la Maddalena fu favorita. Gesù non farà passar la giornata senza manifestarsi a coloro che sono chiamati a divenire gli araldi della sua gloria; ma ha voluto, prima di tutto, rendere onore, di fronte ai secoli futuri, a queste generose donne che, affrontando il pericolo e vincendo la debolezza del loro sesso, lo hanno consolato sulla croce con una fedeltà che non trovò in quelli che erano stati prescelti e colmati dei suoi favori. Intorno al Presepio, da dove per la prima volta si mostrava agli uomini, aveva convocato, per mezzo della voce degli Angeli, alcuni poveri pastori, prima di chiamare i re, con l'intervento di una stella. Oggi che è arrivato all'apice della gloria, che ha posto il sigillo a tutte le sue opere, mediante la sua Risurrezione, rendendo testimonianza, così, della sua origine divina e dandone la prova alla nostra fede col più irrefragabile prodigio, aspetta, prima di istruire e di illuminare gli Apostoli, che alcune umili donne siano state da lui istruite, consolate, colmate dai segni del suo amore. Quale grandezza d'animo in questo modo di agire, così soave e forte, del Signore Iddio! Come ha ragione di dirci col Profeta: "Non quali i miei pensieri, sono i vostri pensieri" (Is 55,8).
Se fossimo stati noi a dover stabilire le circostanze relative alla sua venuta nel mondo, cosa non avremmo fatto per richiamare attorno alla sua culla ricchi e poveri, in una parola l'intero genere umano? Con quale frastuono avremmo promulgato, di fronte a tutte le nazioni, il miracolo dei miracoli, la Risurrezione del Crocifisso, il suo trionfo sulla morte, l'immortalità riconquistata? Il Verbo, che è "Potenza e Sapienza di Dio" (1Cor 1,24) ha deciso altrimenti. Al momento della sua nascita non ha voluto, come primi adoratori, che degli uomini semplici, i cui racconti non dovevano riscuotere un credito al di là di Betlemme; ed ecco che, ai nostri giorni, la data di quella nascita corrisponde all'inizio dell'era di tutti i popoli civili. Quali primi testimoni della sua Risurrezione non ha scelto che alcune deboli donne; ed ecco che in questo medesimo giorno, all'epoca nostra, la terra intera celebra l'anniversario della Risurrezione. Tutto ne rimane scosso: uno slancio, sconosciuto nel resto dell'anno, si fa sentire anche dai più indifferenti; l'incredulo che vive gomito a gomito con il credente sa, per lo meno, che oggi è Pasqua; ed anche dal seno delle stesse nazioni infedeli, innumerevoli voci di cristiani si uniscono alle nostre, affinché si elevi a Gesù risuscitato, da ogni parte del globo, l'acclamazione che ci unisce tutti, quali un popolo solo: il festevole Alleluia.
Dobbiamo esclamare con Mosè, come quando il popolo eletto celebrò la prima Pasqua e traversò all'asciutto il Mar Rosso: "Chi a Te pari tra gli dei, Signore?" (Es 15,11).


[1] Gli Offici Divini, l. vii; c. xxv.
[2] Vita di santa Teresa scritta da se stessa: nelle appendici.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 27-36

Pasqua di Resurrezione



Victimae paschali laudes: immolent Christiani.
Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.
Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus.
Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?
Sepulcrum Christi viventis: et gloriam vidi resurgentis.
Angelicos testes, sudarium et vestes.
Surrexit Christus, spes mea: praecedit vos in Galilaeam.
Scimus Christus surrexisse a mortuis vere: tu nobis, victor Rex, miserere.
Amen. Alleluia.


Buona Pasqua a tutti!

martedì 11 aprile 2017

Per i nostri martiri

Dedicato con tutto il cuore a loro, i martiri del nostro evo.

Dimenticati, scomodi, innominati, così politicamente scorretti ed imbarazzanti per tutti nelle latitudini occidentali, persino dalle parti di San Pietro. 
 


Ma del tradimento degli uomini si fa beffe il Cielo.
Essi sono tra i beati, al cospetto del Padre, ai piedi del Figlio, ricolmi di Spirito, tra le braccia di Maria.

Pregate per noi, fratelli. 

sabato 8 aprile 2017

Domenica delle Palme





SECONDA DOMENICA DI PASSIONE
O DOMENICA DELLE PALME

La partenza da Betania.

Di primo mattino, Gesù lascia a Betania Maria sua madre, le due sorelle Marta e Maria Maddalena, con Lazzaro, e si dirige a Gerusalemme in compagnia dei discepoli. Trema la Vergine, nel vedere così il Figlio avvicinarsi ai suoi nemici, che bramano versare il suo sangue; però oggi, Gesù, non va incontro alla morte a Gerusalemme, ma al trionfo. Bisogna che il Messia, prima d'essere sospeso alla croce, sia, in Gerusalemme, proclamato Re dal popolo; e che di fronte alle aquile romane, sotto gli occhi dei Pontefici e dei Farisei rimasti muti per la rabbia e lo stupore, la voce dei fanciulli, mescolandosi con le acclamazioni della cittadinanza, faccia echeggiare la lode al Figlio di David.

Avveramento della Profezia.

Il profeta Zaccaria aveva predetta l'ovazione preparata dalla eternità al Figlio dell'uomo, alla vigilia delle sue umiliazioni: "Esulta grandemente, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme; ecco viene a te il tuo Re, il Giusto, il Salvatore: egli è povero, e cavalca un'asina e un asinello" (Zc 9,9). Vedendo Gesù ch'era venuta l'ora del compimento di questo oracolo, prende in disparte due discepoli, e comanda loro di portargli un'asina ed un puledro d'asina che troveranno poco lontano di lì. Mentre il Signore giungeva a Betfage, sul monte degli Olivi, i due discepoli s'affrettano ad eseguire la commissione del loro Maestro.
I due popoli.

I santi Padri ci han data la chiave del mistero di questi due animali. L'asina figura il popolo giudeo sottoposto al giogo della Legge; "il puledro sul quale, dice il Vangelo, nessuno è ancora montato" (Mc 11,2), rappresenta la gentilità, non domata da nessuno fino allora. La sorte di questi due popoli sarà decisa da qui a pochi giorni: il popolo giudaico, per aver respinto il Messia, sarà abbandonato a se stesso e in suo luogo Dio adotterà le nazioni che, da selvagge che erano, diventeranno docili e fedeli.

Il corteo del trionfo.

I discepoli stendono i mantelli sull'asinello; allora Gesù, perché fosse adempita la figura profetica, monta su quell'animale (ivi 11,7) e s'accinge così ad entrare nella città. Nel contempo si sparge la voce in Gerusalemme che arriva Gesù. Mossa dallo Spirito divino, la moltitudine dei Giudei, convenuta d'ogni parte nella santa città per celebrare la festa di Pasqua, esce ad incontrarlo, agitando palme e riempiendo l'aria di evviva. Il corteo che accompagnava Gesù da Betania si confonde si confonde con quella folla trasportata dall'entusiasmo: ed alcuni stendono i loro mantelli sulla terra che Gesù dovrà calcare, altri gettano ramoscelli di palme al suo passaggio. Echeggia un grido: Osanna! E la grande nuova per la città è, che Gesù, figlio di David, vi sta facendo il suo ingresso come Re.
Regalità del Messia.

In tal modo Dio, con la potenza che ha sui cuori, approntò un trionfo al Figliol suo in questa città, che di lì a poco doveva a gran voce reclamare il suo sangue. Questo giorno fu un momento di gloria per Gesù; e la santa Chiesa vuole che tutti gli anni noi rinnoviamo tale trionfo dell'Uomo-Dio. Al tempo della nascita dell'Emmanuele, vedemmo arrivare i Magi dal lontano Oriente e cercare e chiedere, in Gerusalemme, del Re dei Giudei per offrirgli i loro doni; oggi è la stessa Gerusalemme che si muove al suo incontro. Questi due fatti sono in rapporto ad un unico fine: riconoscere la regalità di Gesù Cristo: il primo da parte dei Gentili, il secondo da parte dei Giudei. Mancava che il Figlio di Dio, prima di soffrire la Passione, ricevesse l'uno e l'altro omaggio insieme: e l'iscrizione che presto Pilato farà collocare sul capo del Redentore, Gesù Nazareno, Re dei Giudei, esprimerà il carattere indispensabile del Messia. Invano i nemici di Gesù si sforzeranno in tutti i modi di far cambiare i termini di quella scritta; non ci riusciranno. "Quel che ho scritto ho scritto", risponderà il governatore romano, che, senza saperlo, di sua mano dichiarò l'adempimento delle Profezie. Oggi Israele proclama Gesù suo Re; domani Israele sarà disperso in punizione del suo rinnegamento; ma Gesù da lui oggi proclamato Re, tale rimane nei secoli. Così s'adempiva esattamente l'oracolo dell'Angelo che parlò a Maria, annunciandole le grandezze del figlio che doveva nascere da lei: "Il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe" (Lc 1,32-33). Oggi comincia Gesù il suo regno sulla terra; e se il primo Israele non tarderà a sottrarsi al suo scettro, un nuovo Israele, sorto dalla porzione fedele dell'antico, e formato da tutti i popoli della terra, offrirà a Cristo un impero più vasto, che mai conquistatore sognò.
Tale è il mistero glorioso di questo giorno, in mezzo alla tristezza della Settimana dei dolori. La santa Chiesa oggi vuole che siano sollevati i nostri cuori da un momento di allegrezza, e che salutiamo Gesù nostro Re. Ella ha perciò disposto il sevizio divino di questa giornata, in modo da esprimere insieme la gioia, unendosi agli evviva che risuonarono nella città di David; la tristezza, tornando subito a gemere sui dolori del suo Sposo divino. Tutta la funzione è suddivisa come in tre atti distinti, di cui successivamente spiegheremo i misteri e le intenzioni.
La benedizione delle palme.

La benedizione delle palme, o dei rami, è il primo atto che si svolge sotto i nostri occhi; e se ne può giudicare l'importanza dalla solennità di cui fa pompa la Chiesa. Si disse per tanto tempo, che il Sacrificio veniva offerto con l'unico intento di celebrare l'anniversario dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. L'Introito, la Colletta, l'Epistola, il Graduale, il Vangelo e lo stesso Prefazio si succedevano come a preparare l'immolazione dell'Agnello senza macchia; ma arrivati al triplice: Sanctus! Sanctus! Sanctus! la Chiesa sospendeva queste formule solenni, e per mezzo dei suo ministro procedeva alla santificazione dei rami che sono lì accanto.
Dopo la recente riforma, appena cantata l'antifona Osanna, questi rami, oggetto della prima parte della funzione, ricevono, in virtù di una sola preghiera seguita dall'incensazione e dall'aspersione di acqua benedetta, una forza che li eleva all'ordine soprannaturale e li rende capaci di santificare le anime, di proteggere i nostri corpi e le nostre case. Durante la processione, i fedeli devono tenere rispettosamente in mano questi rami e portarli poi nelle loro case come segno della loro fede e promessa dell'aiuto divino.
Antichità del rito.

È superfluo spiegare al lettore, che le palme ed i ramoscelli di olivo che ricevono in questo momento la benedizione della Chiesa, stanno a ricordare quelle con le quali il popolo di Gerusalemme onorò l'entrata trionfale del Salvatore; ma è opportuno aggiungere qualche parola sull'antichità di questa tradizione. Essa cominciò presto in Oriente, probabilmente dalla pace della Chiesa a Gerusalemme. Nel IV secolo san Cirillo, vescovo di questa città, pensava che ancora esistesse nella valle del Cedron il palmizio che fornì i rami al popolo che andò incontro a Gesù (Catechesi, x); quindi, niente di più naturale che prendere da ciò occasione per istituire una commemorazione anniversaria di questo avvenimento. Nel secolo seguente si vede questa cerimonia, non solo fissata nelle chiese d'Oriente, ma anche nei monasteri, di cui erano popolate le solitudini dell'Egitto e della Siria. Arrivata la Quaresima, molti santi monaci ottenevano il permesso dal loro abate d'internarsi nel deserto, per passare questo tempo in un profondo ritiro; ma dovevano rientrare al monastero per la Domenica delle Palme, come sappiamo dalla vita di sant'Eutimio, scritta dal suo discepolo Cirillo. In Occidente, questo rito non si stabilì così presto; la prima traccia la riscontriamo nel Sacramentarlo di san Gregorio: il che equivale alla fine del VI secolo, od all'inizio del VII. Man mano che la fede si propagava verso il Nord, non era più possibile solennizzare tale cerimonia in tutta la sua integrità, poiché in quei climi non crescevano né palmizi né oliveti. Fu giocoforza sostituirli con rami d'altri alberi; però la Chiesa non permise di cambiare nulla delle orazioni che erano prescritte nella benedizione di questi rami, perché i misteri che si espongono in queste belle preghiere si fondano sull'olivo e sulla palma del racconto evangelico, figurati dai nostri rami di bossolo o di lauro.
La processione.

Il secondo rito di questa giornata è la celebre processione che segue alla benedizione delle palme. Essa ha lo scopo di rappresentare al vivo l'avvicinarsi del Salvatore a Gerusalemme ed il suo ingresso in quella città; appunto perché nulla manchi all'imitazione del fatto descritto nel santo Vangelo, le palme benedette vengono portate da tutti quelli che prendono parte a detta processione. Presso i Giudei, tenere in mano dei rami d'albero significava allegria; e la legge divina sanzionava loro quest'uso. Dio aveva detto nel libro del Levitino, stabilendo la festa dei Tabernacoli: "Nel primo giorno prenderete i frutti dell'albero più bello, dei rami di palma e dell'albero più frondoso, dei salici del torrente, e vi rallegrerete dinanzi al Signore Dio vostro" (Lv 23,40). Fu dunque con l'intenzione di manifestare l'entusiasmo per l'arrivo di Gesù fra le loro mura, che gli abitanti di Gerusalemme, compresi i bambini, ricorsero a tale gioiosa dimostrazione. Andiamo incontro anche noi al nostro Re, e cantiamo Osanna al vincitore della morte ed al liberatore del suo popolo.
Nel Medio Evo, in molte chiese, si portava in processione il libro dei santi Vangeli, che per le parole che contengono rappresentano Gesù Cristo. A un punto stabilito e preparato per una stazione, la processione si fermava: allora il diacono apriva il sacro libro e cantava il passo ov'è narrato l'ingresso di Gesù in Gerusalemme. Quindi si scopriva la croce, fino allora rimasta velata; e tutto il clero veniva a prostrarsi solennemente in adorazione, depositando ciascuno ai suoi piedi un frammento di ramoscello che teneva in mano. Poi la processione ripartiva preceduta dalla croce, che rimaneva senza velo, fino a che il corteo non fosse rientrato in chiesa.
In Inghilterra e in Normandia, nell'XI secolo, si praticava un rito che rappresentava ancora più al vivo la scena di questo giorno a Gerusalemme. Alla processione veniva portata in trionfo la santa Eucaristia. Difatti a quest'epoca era scoppiata l'eresia di Berengario contro la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia; ed un tale trionfo della sacra Ostia doveva essere un lontano preludio dell'istituzione della Festa e della Processione del Ss. Sacramento.
A Gerusalemme, nella Processione delle Palme, si pratica anche un'altra usanza, sempre allo scopo di rinnovare la scena evangelica. L'intera comunità dei Francescani, che sta alla custodia dei luoghi sacri, si reca di mattina a Betfage, ove il Padre Guardiano di Terra Santa, in abiti pontificali, monta un asinello adorno di vestiti e, accompagnato dai religiosi e dai cattolici di Gerusalemme, tenendosi tutti in mano la palma, fa l'ingresso nella città e smonta alla porta della chiesa del Santo sepolcro, dove si celebra la Messa con la maggiore solennità.
Abbiamo qui riuniti, secondo il nostro costume, i differenti fatti che possono servire ad elevare il pensiero dei fedeli ai diversi misteri della Liturgia. Queste manifestazioni di fede li aiuteranno a comprendere come nella Processione delle Palme, la Chiesa intenda onorare Gesù Cristo, presente al trionfo che oggi gli tributa. Cerchiamo dunque con amore "quest'umile e mite Salvatore che viene a visitare la figlia di Sion", come dice il Profeta. Egli è qui in mezzo a noi: a lui s'indirizzi l'omaggio delle nostre palme, insieme a quello dei nostri cuori; egli viene a noi per diventare nostro Re: accogliamolo anche noi, dicendo: Osanna al figlio di David!
L'entrata in chiesa.

La fine della processione, prima della recente riforma, si distingueva per una cerimonia improntata al più alto e profondo simbolismo. Al momento di rientrare in chiesa, il corteo trovava le porte serrate. S'arrestava la marcia trionfale; ma non venivano sospesi i canti di gioia; un lieto ritornello risuonava nell'inno speciale a Cristo Re, fino a che il Suddiacono batteva con l'asta della croce la porta; questa s'apriva, e la folla, preceduta dal clero, rientrava in chiesa, glorificando colui che, solo, è la Risurrezione e la Vita.
Questa scena sta ad indicare l'entrata del Salvatore in un'altra Gerusalemme, di cui quella della terra è soltanto la figura. Quest'altra Gerusalemme è la patria celeste, di cui Gesù ci ha aperte le porte. Il peccato del primo uomo le aveva chiuse; ma Gesù il Re della Gloria, ce le ha riaperte in virtù della Croce, alla quale non hanno potuto resistere.
Il canto in onore di Cristo Re è stato conservato, mentre invece è stato soppresso il particolare della porta chiusa. Continuiamo pertanto a seguire i passi del Figlio di David; egli è pure Figlio di Dio e ci invita a partecipare al suo regno.
Nella Processione delle Palme, commemorazione dell'avvenimento realizzatosi in questo giorno, la santa Chiesa solleva la nostra mente al mistero dell'Ascensione col quale termina, in cielo, la missione del Figlio di Dio sulla terra. Ma, ahimé, i giorni che separano l'uno dall'altro questi due trionfi del Figlio di Dio, non sono sempre giorni di gioia; infatti, è appena terminata la processione con la quale la Chiesa s'è liberata per un attimo della sua tristezza, che già iniziano i gemiti e i lamenti.
La Messa.

La terza parte della funzione odierna è l'offerta del santo Sacrificio. Tutti i canti che l'accompagnano esprimono desolazione e per completare la tristezza che è caratteristica della giornata, la Chiesa ci fa leggere il racconto della Passione del Redentore. Da cinque o sei secoli fa, la Chiesa ha adottato un particolare recitativo per la lettura di questo brano evangelico, che diventa così un vero dramma. Si sente prima lo storico raccontare quei fatti in tono grave e patetico; le parole di Gesù hanno un accento nobile e dolce, che contrastano in una maniera penetrante col tono elevato degli altri interlocutori e coi gridi della plebaglia giudaica.
Nel momento in cui, nel suo amore per noi, si lascia calpestare sotto i piedi dei peccatori, noi dobbiamo proclamarlo più solennemente nostro Dio e nostro Re.
Questi sono in genere i riti della grande giornata. Non ci rimane che inserire nel corso delle sacre letture, secondo il solito, quei dettagli che crederemo necessari per completare il significato.
Nomi dati a questa Domenica.
Oltre al nome liturgico e popolare di Domenica delle Palme, essa è chiamata anche Domenica dell'Osanna, per il grido di trionfo col quale i Giudei salutarono l'arrivo di Gesù. Anticamente i nostri padri la chiamarono Domenica della Pasqua fiorita, perché la Pasqua dalla quale ci separano solo otto giorni, oggi si considera in fiore, e i fedeli possono, fin da oggi, adempiere il dovere della comunione annuale. Per il ricordo di tale denominazione gli Spagnoli, avendo scoperta, la Domenica delle Palme del 1513, quella vasta regione che confina col Messico, la chiamarono Florida. Questa domenica la troviamo chiamata anche Capitilavium, cioè lava-testa, perché nei secoli della media antichità, quando si rinviava al Sabato Santo il battesimo dei bambini nati nei mesi precedenti, che potevano aspettare questo tempo senza pericolo, i genitori lavavano oggi il capo dei loro neonati, affinché il prossimo sabato si potesse fare con decenza l'unzione del Sacro Crisma. In epoca più remota tale Domenica, in certe chiese, veniva chiamata la Pasqua dei Competenti, cioè dei Catecumeni ammessi al santo battesimo. Questi si riunivano oggi in chiesa, e si faceva loro una spiegazione particolare del Simbolo che avevano ricevuto nello scrutinio precedente. Nella chiesa gotica di Spagna lo si dava solo oggi. Infine, presso i Greci, tale Domenica è designata col nome di Bifora, cioè Porta Palme.
M E S S A

La Stazione è a Roma, nella Basilica Lateranense, la chiesa Madre e Matrice di tutte le chiese. Ai nostri giorni, però, la funzione papale ha luogo a S. Pietro; ma tale deroga non arreca pregiudizio ai diritti dell'Arcibasilica la quale, anticamente, aveva oggi l'onore della presenza del Sommo Pontefice, ed ha tuttora conservate le indulgenze accordate a quelli che oggi la visitano.
Alla Messa solenne, il Sacerdote si porta all'altare, e dopo aver tralasciato il salmo Iudica me, Deus, e il Confiteor, sale i gradini e lo bacia nel mezzo e lo incensa.
EPISTOLA (Fil 2,5-11) – Fratelli: abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, esistendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza con Dio come una rapina, ma annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, e, divenendo simile agli uomini, apparve come semplice uomo; umiliò se stesso fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo però anche Dio lo esaltò e gli donò un nome, che è sopra ogni altro nome, tale che nel nome di Gesù si deve piegare ogni ginocchio in cielo, in terra e nell'inferno, ed ogni lingua deve confessare che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre.
Umiliazione e gloria di Gesù.

La santa Chiesa prescrive di genuflettere al punto dell'Epistola dove l'Apostolo dice, che ogni ginocchio si deve piegare nel pronunciare il nome di Gesù; e noi ne abbiamo seguito il comando. Dobbiamo comprendere che, se vi è un'epoca dell'anno in cui il Figlio di Dio ha diritto alle nostre più profonde adorazioni è soprattutto in questa Settimana, nella quale è lesa la sua maestà, e lo vediamo calpestato sotto i piedi dei peccatori. Indubbiamente i nostri cuori saranno animati da tenerezza e compassione alla vista dei dolori che sopporta per noi; ma non meno sensibilmente dobbiamo risentire gli oltraggi e le bassezze di cui è fatto segno, lui che è uguale al Padre e Dio come lui. Con le nostre umiliazioni, rendiamo a lui, per quanto ci è possibile, la gloria di cui egli si sveste per riparare la nostra superbia e le nostre ribellioni; ed uniamoci ai santi Angeli che, testimoni di tutto ciò che Gesù ha accettato per il suo amore verso l'uomo, s'annientano più profondamente, nel vedere l'ignominia alla quale è ridotto.
Ma è ormai tempo d'ascoltare il racconto della Passione del Signore. La Chiesa ne legge la narrazione secondo i quattro Vangeli, nei quattro differenti giorni della Settimana. Oggi comincia col racconto di san Matteo, che per primo scrisse i fatti della vita e della morte del Redentore.
Le lacrime di Gesù.

Terminiamo questa giornata del Redentore a Gerusalemme, richiamando alla memoria gli altri fatti che la segnalarono. San Luca c'informa, che fu durante la sua marcia trionfale verso questa città che Gesù, vicino ad entrarvi, pianse su di lei e manifestò il suo dolore con queste parole: "Oh se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno quel che giova alla tua pace! Ora invece è celato agli occhi tuoi. Ché verranno per te i giorni nei quali i nemici ti stringeranno con trincee, ti chiuderanno e ti assedieranno d'ogni parte, e distruggeranno te e i tuoi figli che sono in te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata" (Lc 19,42-44).
Qualche giorno fa il santo Vangelo ci mostrò Gesù che piangeva sulla tomba di Lazzaro; oggi lo vediamo spargere nuove lacrime sopra Gerusalemme. A Betania piangeva pensando alla morte del corpo, conseguenza e castigo del peccato; ma questa morte non è senza rimedio. Gesù è "la risurrezione e la vita; chi crede in lui non rimarrà nella morte eterna" (Gv 11,25). Ma lo stato dell'infedele Gerusalemme rappresenta la morte dell'anima; ed una tale morte è senza risurrezione, se l'anima non ritorna tempestivamente all'autore della vita. Ecco perché sono tanto amare le lacrime che sparge oggi Gesù. Il suo cuore è triste, proprio in mezzo alle acclamazioni che fanno accoglienza al suo ingresso nella città di David: perché sa, che molti "non conosceranno il tempo che furono visitati". Consoliamo il cuore del Redentore, e siamogli una Gerusalemme fedele.
Gesù torna a Betania.

Sappiamo da san Matteo che il Signore andò a chiudere la giornata a Betania. Naturalmente la sua presenza dovette sospendere le materne inquietudini di Maria e tranquillizzare la famiglia di Lazzaro. Ma in Gerusalemme nessuno si presentò ad offrire ospitalità a Gesù; almeno il Vangelo non fa alcuna menzione a questo riguardo. Le anime che meditarono la vita del Signore si sono soffermate su questa considerazione: Gesù onorato la mattina con solenne trionfo, alla sera è ridotto a cercarsi il nutrimento e il riposo fuori della città che lo aveva accolto con tanti applausi. Nei monasteri dei Carmelitani della riforma di santa Teresa esiste una consuetudine che si propone d' offrire a Gesù una riparazione, per l'abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presenta una tavola in mezzo al refettorio e vi si serve un pasto; dopo che la comunità ha finito di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo, viene distribuito ai poveri, che sono le sue membra.
PREGHIAMO

O Dio onnipotente ed eterno, che per dare al genere umano esempio d'umiltà da imitare, hai deciso l'incarnazione del Salvatore e la sua passione in croce; concedici propizio d'imitarlo nella sofferenza per poter poi partecipare alla risurrezione.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 674-683

mercoledì 5 aprile 2017

Triduo pasquale Vetus ordo, Santa Maria in Vado (Fe)

Ricevo e molto volentieri inoltro gli orari delle celebrazioni Vetus Ordo dell'incipiente Triduo pasquale, tutte in forma solenne, che saranno officiate nella basilica di Santa Maria in Vado (Fe) dai sacerdoti della Fraternità Familia Christi.

Ultima cena, Duccio di Buoninsegna





Giovedì Santo:
h 20,00: Santa Messa e reposizione. 
A seguire, adorazione eucaristica solenne fino alle 24,00. Dalle 00,00 alle 09,00 del venerdì, l'adorazione continuerà, ma non sarà guidata.










La crocifissione, Raffaello






Venerdì Santo: 
h 09,00: Via Crucis.
h 18,00: celebrazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.
h 20,30: processione con il Cristo morto.



















Sabato Santo:
h 22,00: Veglia pasquale solenne.







Pasqua di resurrezione:h 18,00: Santa Messa.
A seguire, recita del vespro.

venerdì 31 marzo 2017

Domenica di Passione

DOMENICA DI PASSIONE

Oggi, se udirete la voce del Signore, non indurite i vostri cuori.


L’insegnamento della Liturgia.
La santa Chiesa comincia oggi il Mattutino con queste gravi parole del Re Profeta. Una volta i fedeli si facevano un dovere d’assistere all’ufficiatura notturna, per lo meno le Domeniche e le Feste, perché ci tenevano a non perdere nessun insegnamento della Liturgia. Ma dopo tanti secoli la casa di Dio non fu più frequentata con quell’assiduità che formava la gioia dei nostri padri; e un po’ alla volta anche il clero cessò di celebrare pubblicamente gli uffici che non erano più seguiti. All’infuori dei Capitoli e dei Monasteri, non si sente più risuonare il coro così armonioso della lode divina, e le meraviglie della Liturgia non sono più conosciute dal popolo cristiano che in una maniera imperfetta.

Lamento del Signore.
Questo è un motivo per noi di presentare all’attenzione dei lettori alcuni tratti dell’Ufficio, che altrimenti sarebbero per loro come se non esistessero. Che cosa c’è oggi di più adatto a commuoverli dell’avvertimento che la Chiesa prende da David per rivolgerlo a noi, e che ripeterà ogni mattina fino al giorno della Cena del Signore? Peccatori, ci dice, oggi che cominciate a sentire la voce gemebonda del Redentore, non siate così nemici di voi stessi da lasciare i vostri cuori nell’ostinazione. Il Figlio di Dio sta per darvi l’ultima e più viva dimostrazione di quell’amore che lo portò dal cielo sulla terra; s’avvicina la sua morte; è pronto il legno per l’immolazione del nuovo Isacco; rientrate in voi stessi e non permettete che il vostro cuore, emozionato forse per un istante, ritorni alla sua consueta durezza. Sarebbe il più grande pericolo. Questi anniversari hanno l’efficacia di rinnovare le anime, le quali cooperano con la loro fedeltà alla grazia che ricevono; ma aumentano l’insensibilità di coloro che li lasciano passare senza convertirsi. “Se oggi dunque udrete la voce del Signore non indurite i vostri cuori” (Sal. 94, 8).

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Ultimi giorni della vita pubblica di Gesù.
Durante le precedenti settimane abbiamo visto crescere ogni giorno più la malizia dei nemici del Salvatore. Li irrita la sua presenza e la sua stessa vista; si ha quasi la sensazione che l’odio ch’essi comprimono nei loro cuori non aspetti che il momento per esplodere. La bontà e la dolcezza di Gesù continuano ad avvicinare a lui le anime semplici e rette; mentre l’umiltà della sua vita e l’inflessibile purezza della sua dottrina allontanano sempre più il Giudeo superbo che sogna un Messia conquistatore, ed il Fariseo che non teme di travisare la legge per farla strumento delle sue passioni. Tuttavia Gesù continua l’opera dei miracoli; i suoi discorsi sono impressi di nuova forza; con le profezie minaccia la città ed il famoso tempio del quale non rimarrà pietra su pietra. I dottori della legge, almeno, potrebbero riflettere, esaminare queste opere meravigliose che rendono testimonianza al Figlio di David, e rileggere tanti oracoli divini che si compirono in lui fino a questo momento con la massima fedeltà. Ahimé! anche questi oracoli stanno per compiersi fino all’ultimo iota. David ed Isaia non predissero un apice delle umiliazioni e dei dolori del Messia, che questi uomini accecati non s’affrettassero a realizzare.

Ostinazione della sinagoga e del peccatore.
In essi dunque si compì il detto: “Chi avrà sparlato contro il Figlio dell’Uomo sarà perdonato, ma chi avrà sparlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questa vita né in quella futura” (Mt. 12, 32). La sinagoga corre verso la maledizione. Ostinata nel suo errore, non vuole ascoltare né vedere più niente; ha falsificato a suo piacimento la propria sentenza, ha spento in sé la luce dello Spirito Santo; e la vedremo scendere, di gradino in gradino, sulla china dell’aberrazione, fino all’abisso. Triste spettacolo al quale assistiamo spesso, anche ai nostri giorni, nei peccatori che, a forza di resistere alla luce di Dio, finiscono per assopirsi nelle tenebre! E non ci stupisce di ravvisare in altri uomini i tratti che osserviamo negli autori del dramma che sta per compiersi. La storia della Passione del Figlio, di Dio ci fornirà più d’una lezione sui segreti del cuore umano e delle sue passioni. Né potrebbe essere altrimenti: perché ciò che avviene a Gerusalemme si rinnova nel cuore dell’uomo peccatore. Questo cuore è un Calvario, sul quale, secondo

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l’espressione dell’Apostolo, Gesù Cristo è molte volte crocifisso. La stessa ingratitudine, lo stesso acciecamento, la stessa follia; con la differenza che il peccatore, quando è schiarito dai lumi della fede, sa chi mette in croce; mentre i Giudei, come dice anche San Paolo, non conoscevano come noi questo Re di gloria (I Cor. 2, 8) che fu confitto in croce. Seguendo perciò la narrazione dei fatti evangelici che giorno per giorno ci verranno messi sotto gli occhi, la nostra indignazione contro i Giudei si rivolga anche contro noi stessi e i nostri peccati. Piangiamo sui dolori della vittima, noi, che con le nostre colpe abbiamo reso necessario un tal sacrificio.

Il ritiro di Gesù.
In questo momento, tutto c’invita alla tristezza. Perfino la croce sull’altare è nascosta dietro un velo, e le immagini dei Santi sono coperte; “la Chiesa è in attesa della più grande sciagura. Non attira più la nostra attenzione sulla penitenza dell’Uomo-Dio; solo trema al pensiero dei pericoli che lo circondano. Leggeremo fra poco nel Vangelo che il Figlio di Dio stava per essere lapidato come un bestemmiatore; ma non essendo ancora giunta l’ora sua, dovette fuggire e nascondersi. Un Dio nascondersi, per evitare la collera degli uomini! Quale capovolgimento! È forse debolezza, o timore della morte? Sarebbe una bestemmia il solo pensarlo, mentre presto lo vedremo manifestarsi apertamente dinanzi ai suoi nemici. Si sottrasse in quel momento alla rabbia dei Giudei, perché non s’era ancora adempiuto in lui tutto ciò ch’era stato predetto. Del resto, non è sotto una pioggia di pietre ch’egli dovrà spirare, ma sull’albero della maledizione, che d’ora in poi diventerà l’albero della vita.

Adamo e Gesù.
Umiliamoci nel vedere il Creatore del cielo e della terra sottrarsi alla vista degli uomini per non incorrere nella loro rabbia. Pensiamo al giorno del primo peccato, quando Adamo ed Eva colpevoli pure si nascosero nel vedersi nudi. Gesù è venuto per garantire loro il perdono; ed ecco che anche lui si nasconde, non perché sia nudo, Lui che per i Santi è la veste della santità e dell’immortalità, ma perché s’è fatto debole, per dare a noi la forza. I nostri progenitori si sottrassero agli sguardi di Dio; Gesù si nasconde agli occhi degli uomini; ma non sarà sempre così. Verrà il giorno in cui i

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peccatori, nel vedere chi oggi sembra fuggire, rivolgeranno le loro implorazioni alle rocce e alle montagne e le supplicheranno di cadere sopra di loro per scomparire dalla sua vista; ma questa loro brama rimarrà sterile, e loro malgrado “vedranno il Figlio dell’uomo venir sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria” (Mt. 24, 30).
Questa Domenica è chiamata Domenica di Passione, perché oggi la Chiesa comincia ad occuparsi espressamente dei patimenti del Redentore. È detta anche Domenica Judica, dalla prima parola dell’Introito della Messa; e infine della Neomenia, cioè della nuova luna, perché la Pasqua cade sempre dopo la luna nuova, la quale serve a fissare tale festa.
Nella Chiesa greca questa Domenica non ha altro nome che quello di Quinta Domenica dei santi digiuni.
La Stazione, a Roma, è nella Basilica di S. Pietro. L’importanza di tale Domenica, che non cedeva a nessuna festa, per quanto solenne, esigeva che la funzione avesse luogo nel più augusto tempio della città eterna.

MESSA
EPISTOLA (Ebr. 9, 11-15). Fratelli; Cristo venuto come pontefice dei beni futuri, attraversando un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non di questa creazione, non col sangue dei capri e dei vitelli, ma col proprio sangue entrò una volta per sempre nel Santuario, dopo aver ottenuta la redenzione eterna. Or se il sangue dei capri e dei tori e la cenere di vacca, aspergendo gl’immondi, li santifica quanto alla purità della carne, quanto più il sangue di Cristo che per lo Spirito Santo ha offerto se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo? E per questo Egli è mediatore d’una nuova alleanza, affinché, interposta la sua morte per redimere le prevaricazioni avvenute sotto la prima alleanza, i chiamati ricevano la promessa dell’eterna eredità di Gesù Cristo nostro Signore.

La salvezza nel sangue d’un Dio.
Solo col sangue l’uomo può essere riscattato. La divina maestà offesa non si placherà che per lo sterminio della creatura ribelle, il cui sangue sparso sulla terra con la propria vita renderà testimonianza del suo pentimento della sua profonda umiliazione dinanzi a colui contro il quale s’è ribellata. Altrimenti la giustizia di Dio dovrà essere compensata con l’eterno supplizio del peccatore. Tutti i popoli lo hanno compreso, dal sangue degli agnelli di Abele fino a quello che colava a fiotti nelle ecatombi della Grecia e nelle innumerevoli

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immolazioni con le quali Salomone inaugurò la dedicazione del suo tempio. Nondimeno Dio disse: “Ascolta, o popolo mio, che vò, parlarti, o Israele, che ti ho da avvertire: Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti rimprovererò per i tuoi sacrifici: i tuoi olocausti mi stan sempre davanti. Non ho bisogno di prendere i vitelli della tua casa, né dal tuo gregge i capri, perché mie son le fiere dei boschi, il bestiame che pascola sui monti e i bovi. Conosco tutti gli uccelli dell’aria, e la bellezza dei campi è la mia disposizione. Dato che avessi fame, non verrei a dirlo a te, perché mio è l’universo e tutto ciò che contiene. Mangerò forse carni di tori e berrò sangue di capri?” (Sal. 49, 7-13). Così Dio ordina sacrifici cruenti, ma dichiara che non sono niente ai suoi occhi. Vi è forse una contraddizione? No: Dio vuole che l’uomo comprenda che non può essere riscattato che col sangue, e che nello stesso tempo il sangue degli animali è troppo grossolano per operare un tale riscatto. Sarà allora il sangue dell’uomo a placare la divina giustizia? Non basta: perché il sangue dell’uomo è impuro e macchiato; ed anche se fosse puro, sarebbe impotente a risarcire l’oltraggio fatto a un Dio. Occorre il sangue d’un Dio; e Gesù viene a spargere il suo.
In lui sta per realizzarsi la più grande figura dell’antica legge. Una volta l’anno, infatti, il pontefice entrava nel Santo dei Santi ad intercedere per il popolo. Penetrava oltre il velo, e si trovava al cospetto dell’Arca santa; ma gli era concesso tale favore solo a condizione d’entrare in quel sacro asilo recando fra le mani il sangue della vittima da lui immolata. In questi giorni il Figlio di Dio, il Pontefice per eccellenza, sta per fare ingresso in cielo, e noi pure vi entreremo dietro a lui; ma per far questo dovrà presentarsi col sangue nelle mani, e questo sangue non può essere che il suo. Così lo vedremo adempiere questa divina volontà. Apriamo dunque le nostre anime, affinché questo sangue, come ci ha detto l’Apostolo, “purifichi la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo”.

VANGELO (Gv. 8, 46-59). In quel tempo: Gesù diceva alla turba dei Giudei: Chi di voi mi potrà convincere di peccato? Se io dico la verità perché non mi credete? Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. Replicarono i Giudei: Non diciamo con ragione che tu sei un Samaritano e indemoniato? Gesù rispose: Io non sono indemoniato, ma onoro il Padre mio e voi mi vituperate. Ma io non cerco la mia gloria, c’è chi ne prende cura e ne giudica. In verità, vi dico: chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno. Gli dissero allora i Giudei: Ora vediamo bene che tu sei posseduto da un demonio. Abramo è morto, così pure tutti i profeti e tu dici: Chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno.

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Sei forse tu da più del padre nostro Abramo, il quale è morto? Ed anche i Profeti sono morti. Chi credi mai tu di essere? Gesù rispose: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla: vi è a glorificarmi il Padre mio, il quale voi dite che è il vostro Dio; ma non lo avete conosciuto. Io sì che lo conosco, e se dicessi che non lo conosco, sarei, come voi, bugiardo. Ma io lo conosco ed osservo le sue parole. Abramo, vostro padre, sospirò di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò. Gli opposero i Giudei: Non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo? Gesù rispose loro: In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono. Dettero allora di piglio alle pietre per tirarle contro di lui, ma Gesù si nascose, ed uscì dal tempio.

Indurimento dei Giudei.
Come si vede, la rabbia dei Giudei è giunta al colmo, e Gesù è costretto a dileguarsi davanti a loro. Fra poco lo faranno morire; ma come è differente la loro sorte dalla sua! Per obbedienza ai decreti del Padre celeste, e per amore degli uomini, egli si darà nelle loro mani, ed essi lo metteranno a morte; ma uscirà vittorioso dalla tomba, salirà al cielo e andrà a sedersi alla destra del Padre. Essi invece, sfogata la loro rabbia, s’addormenteranno senza rimorso fino al terribile risveglio che sarà loro preparato. Naturalmente è fatale la condanna di questi uomini. Guardate con quale severità parla loro Gesù: “Voi non ascoltate la parola di Dio, perché non siete da Dio”. Ma vi fu un tempo ch’essi erano da Dio: perché il Signore dà a tutti la sua grazia; ma essi frustrarono questa grazia, ed ora si agitano fra le tenebre, e non vedranno più la luce che hanno disprezzata.
“Voi dite che il Padre è vostro Dio; ma non lo avete conosciuto”. Misconoscendo il Messia, la sinagoga è arrivata al punto di non conoscere più lo stesso Dio unico e sovrano, del cui culto andava così fiera; se infatti conoscesse il Padre, non rigetterebbe il Figlio. Mosè, i Salmi, i Profeti sono per lei lettera morta; perciò questi libri divini passeranno presto nelle mani d’altri popoli, che sapranno leggerli e comprenderli. “Se dicessi di non conoscere il Padre, sarei, come voi, bugiardo”. Nella durezza del linguaggio di Gesù s’intravide già l’ira del giudice che verrà nell’ultimo giorno a fracassare a terra la testa dei peccatori. Gerusalemme non ha conosciuto il tempo della sua visita; il Figlio di Dio è venuto da lei, ed essa osa dirlo “posseduto dal demonio”. Rinfaccia al Figlio di Dio, al Verbo eterno che dimostra la sua origine divina coi più strepitosi miracoli, che Abramo ed i Profeti sono da più di lui. Incredibile accecamento che proviene dalla superbia e dalla durezza del cuore! Venuta la Pasqua, questi uomini mangeranno religiosamente l’agnello figura-

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tivo; e sanno che quest’agnello è simbolo che si deve realizzare. Il vero agnello sarà immolato proprio dalle loro mani sacrileghe, e non lo riconosceranno; il sangue sparso per loro perciò non li salverà. La loro sventura ci porta col pensiero a tanti peccatori induriti, per i quali la Pasqua di quest’anno sarà sterile di conversione come quella degli anni precedenti. Raddoppiarne le nostre preghiere per loro e domandiamo che il sangue divino ch’essi mettono sotto i piedi non gridi un giorno contro di loro dinanzi al trono del Padre celeste.

PREGHIAMO
Riguarda propizio, o Dio onnipotente, la tua famiglia; affinché sia sostenuta nel corpo per tua bontà e sia custodita nell’anima per la tua grazia.

da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. - I. Avvento. Natale. Quaresima. Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 638-644.