mercoledì 15 novembre 2017

Da "Ritorno al Reale" di Gustave Thibon




"Definire la libertà come indipendenza nasconde un pericoloso equivoco. Non esiste per l'uomo indipendenza assoluta (un essere finito che non dipenda da nulla, sarebbe un essere separato da tutto, eliminato cioè dall'esistenza). Ma esiste una dipendenza morta che lo opprime e una dipendenza viva che lo fa sbocciare. La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà. Un forzato dipende dalle sue catene, un agricoltore dipende dalla terra e dalle stagioni: queste due espressioni designano realtà ben diverse. Torniamo ai paragoni biologici che sono sempre i più illuminanti. In che consiste il "respirare liberamente"? Forse nel fatto di polmoni assolutamente "indipendenti"? Nient'affatto: i polmoni respirano tanto più liberamente quanto più solidamente, più intimamente sono legati agli altri organi del corpo. Se questo legame si allenta, la respirazione diventa sempre meno libera e, al limite, si arresta. La libertà è funzione della solidarietà vitale. Ma nel mondo delle anime questa solidarietà vitale porta un altro nome: si chiama amore. A seconda del nostro atteggiamento affettivo nei loro confronti, i medesimi legami possono essere accettati come vincoli vitali, o respinti come catene, gli stessi muri possono avere la durezza oppressiva della prigione o l'intima dolcezza del rifugio. Il fanciullo studioso corre liberamente alla scuola, il vero soldato si adatta amorosamente alla disciplina, gli sposi che si amano fioriscono nei "legami" del matrimonio. Ma la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione. L'uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore. La potenza del nostro attaccamento determina la nostra capacità di libertà. Per terribile che sia il suo destino, colui che può amare tutto è sempre perfettamente libero, ed è in questo senso che si è parlato della libertà dei santi. All'estremo opposto, coloro che non amano nulla, hanno un bello spezzare catene e fare rivoluzioni: rimangono sempre prigionieri. Tutt'al più arrivano a cambiare schiavitù, come un malato incurabile che si rigira nel suo letto." (p. 109-110)

venerdì 10 novembre 2017

"Il Sistema per Uccidere i Popoli" di Guillaume Faye

Una proposta di lettura:


IL SISTEMA PER UCCIDERE I POPOLI
Faye, Guillaume
AGA editrice, 2017

L’essenza economica e tecnica del nuovo potere mondiale, appannaggio dell’alta finanza, seppellisce progressivamente le tradizionali forme di direzione politica; questo sistema non ha bisogno di capi, ma solo di esecutori. Alle decisioni degli Stati nazionali subentrano le scelte strategiche prese dalle grandi multinazionali e dalle reti bancarie internazionali, speculatori privati e società anonime. Anche i paesi dell’est – un tempo soggetti all’ideologia comunista – e quelli del terzo mondo non sfuggono alla tenaglia delle multinazionali, fornendo la manodopera al ‘sistema’. L’origine e il destino che legava le comunità politiche, i ‘misteriosi’ lineamenti, le differenze che caratterizzavano i popoli tendono ad annullarsi, di fronte all’omogeneizzazione dei costumi e dei consumi dell’homo oeconomicus. La forma politica della nazione, retta da uno Stato, è stata uccisa dalla vasta ‘impresa planetaria’ di massificazione e spersonalizzazione, figlia dell’ideologia egualitaria partorita in occidente nel diciottesimo secolo. Senza territorio, ma presente ovunque, questa piovra gigantesca – simbolo dell’attuale civilizzazione -, si fonda sull’organizzazione dell’economia e sulla distruzione delle culture comunitarie.

Nuova edizione, 228 pagine, 20 €

Cfr. anche risorse su Faye qui 

https://guillaumefayearchive.wordpress.com/2007/07/14/il-sistema-per-uccidere-i-popoli/

mercoledì 8 novembre 2017

Episodi di Fantascienza sul CorServa

 


Prelevo dal Corriere parte di questo articolo, unicamente per sottolineare quanto si possa NON essere d'accordo con una visione imposta, e che cozza platealmente con la realtà.
Quando l'ideologia è più forte anche del tangibile dato quotidiano.

http://www.corriere.it/cultura/17_ottobre_24/saggio-filosofa-donatella-di-cesare-bollati-boringhieri-1570d8e0-b8d8-11e7-a7ba-70fb0e628aa0.shtml?refresh_ce-cp

estraggo:  
"Nei libri di storia, che non asseconderanno la narrazione egemonica, si dovrà raccontare che l’Europa, patria dei diritti umani, ha negato l’ospitalità a coloro che fuggivano da guerre, persecuzioni, soprusi, desolazione, fame. 
Anzi l’ospite potenziale è stato stigmatizzato a priori come nemico. Ma chi era al riparo, protetto dalle frontiere statali, di quelle morti, e di quelle vite, porterà il peso e la responsabilità." 

l'Eu avrebbe negli ultimi 30 anni negato ospitalità agli immigrati?? E da quando in qua? Un'occhiata ai quotidiani? alla cronaca? alla città o paese in cui si vive?

Ma come può essere vera questa affermazione dal momento che tutte le ex nazioni europee sono completamente rimescolate e formate da 40 micropopoli ciascuna (quale era intenzione da parte degli USA per indebolire la vecchia Europa delle nazioni, e da parte delle banche fin da subito)?

Mai vista una banlieue?

O i quartieri in cui gli autoctoni non possono più nemmeno entrare?

Non è reale affermare che la Ue blinda i suoi confini contro le immigrazioni. Solo di recente hanno presidiato un po' i confini i paesi del gruppo di Visegrad, ma per il resto ogni ex frontiera e costa è DA DECENNI un colabrodo.


Poi risponderei alla 2nda parte dell'articolo. Sia politici sia religiosi, per es il card. Biffi, ammonirono di selezionare l'immigrazione in base alle necessità del paese ospitante e in base alle affinità e alle possibilità di integrazione. 
Sono stati stigmatizzati loro. Il risultato è nella cronaca. Ma non c'è da aspettarsi molto dai quotidiani dei banchieri.
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aggiornamento:
anche parte delle catastrofi quotidiane pare non sempre vadano come ci raccontano.

cfr.

 http://www.ilgiornale.it/news/cronache/false-verita-disinformazione-buonista-1463308.html

cito: "Da dispersi che risorgono a morti che nessuno ha mai visto: il doppiogioco dei moralisti da sbarco. Così le ong ingannano i media..."

martedì 7 novembre 2017

Gli ortodossi russi celebrano Benedetto XVI: “Fermo oppositore di ogni compromesso sulla fede”

Da Il Foglio:

di Matteo Matzuzzi

Gli ortodossi russi celebrano Benedetto XVI: “Fermo oppositore di ogni compromesso sulla fede”

"Il Patriarcato di Mosca pubblica le opere del Papa emerito. Il metropolita Hilarion: “Ratzinger si oppone alla tendenza creativa superficiale che mostra oggi il cristianesimo in occidente. A lui è legata la battaglia per la difesa dei valori cristiani”


Roma. Il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, si è recato personalmente al monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, per consegnare a Benedetto XVI una copia del volume “Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana”, tradotto in russo e pubblicato dalle edizioni del Patriarcato di Mosca. Si tratta del volume XI dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger. La prefazione è curata dallo stesso Hilarion, che scrive: “Al nome di Papa Benedetto XVI è legata la battaglia per la difesa dei valori cristiani tradizionali e, a un tempo, quella per la riscoperta e la riaffermazione della loro attualità nella moderna società secolarizzata”.

“Papa Benedetto – prosegue Hilarion nel testo ripreso dall’Osservatore Romano – ha spesso espresso la sua profonda simpatia per l’ortodossia e da sempre ritiene che, a livello teologico, gli ortodossi siano i più prossimi ai cattolici. Non è un caso che proprio lui sia stato uno dei primi membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, a seguito della sua fondazione nel 1979. Da teologo, Ratzinger ha fatto sforzi enormi per chiarire la questione del primato del vescovo di Roma, spostando l’accento da una visione giuridica del primato a una sua comprensione primariamente come testimonianza cristiana di tipo particolare e come servizio all’unità nell’amore. Egli è stato sempre fermo oppositore di qualsiasi compromesso nel campo della dottrina della fede, indicando, giustamente, che l’unità — per principio possibile tra Oriente e Occidente — deve essere preparata con cura, deve maturare sia spiritualmente sia a livello pratico, grazie anche a profondi studi di carattere teologico e storico”.
 

L’auspicio è “che la pubblicazione in Russia del volume Teologia della liturgia rappresentasse non solo un attestato di grande stima per l’autore ma anche che attirasse l’attenzione dei nostri lettori alla lettura del volume”. Joseph Ratzinger – prosegue il metropolita ortodosso – “si oppone alla tendenza alla ‘creatività’ superficiale che talvolta mostra oggi il cristianesimo in Occidente, ovvero alla tendenza allo svuotamento del contenuto autentico della liturgia e della sua finalità di essere incontro e legame vitale con Dio e con il suo creato. In tal senso alcune questioni trattate nel libro — come a esempio le innovazioni nel rito e gli esperimenti liturgici quali la liturgia domenicale senza sacerdote — riguardano soprattutto una sfera di problemi del cattolicesimo. Perciò è importante che il lettore russo — che ha molto sentito parlare delle tendenze modernistiche nel cattolicesimo contemporaneo — possa conoscere lo sguardo critico di uno dei più grandi teologi cattolici dell’epoca moderna sul tema della rottura dolorosa con la tradizione avvenuta nel periodo successivo al concilio Vaticano II e sulle difficoltà di cui è irta la strada dell’aggiornamento”.

La pubblicazione in Russia del volume è stata resa possibile dalla collaborazione tra la casa editrice del Patriarcato di Mosca, l’associazione “Sofia: idea russa, idea d’Europa”, l’accademia Sapientia et Scientia, la Fondazione Ratzinger e la Libreria editrice vaticana. Nei prossimi mesi, a Mosca, avrà luogo la presentazione del volume, nella cornice della Scuola teologica del Patriarcato."

Ancora news sulla questione gender: ormoni somministrati ai minori?





Mentre sulle teorie gender le politiche culturali attuali tendono ad argomentare sempre che si tratta solo di studi con la mera finalità di liberazione da tabù pro causa femminista e pro cause LGBT per limitare le fobie o in vista di una differente autodeterminazione, 
segnaliamo una notizia che risale al 27 ottobre. Se così fosse in questo caso non si tratterebbe nemmeno di autodeterminazione del sè, perchè si parla di minori e di ormoni somministrati quando non si ha sufficiente lume, data l'età,  per.....autodeterminarsi.

Estraggo da qui:

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/gender-follia-nel-lazio-arriva-protesta-1457153.html

"Gender-follia nel Lazio, arriva la protesta"
Gender in regione Lazio. Proteste dal movimento giovanile di Fdi per un convegno tenuto da una dottoressa che somministra ormoni ai minori
 

Gender e proteste in regione Lazio. Il presidente Zingaretti ha ospitato, questa mattina, un convegno dal titolo "Le varianze di genere in età evolutiva", iniziativa organizzata dall’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere-ONIG, in collaborazione con il Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica ed Identità Psichica – SAIFIP, A.O. San Camillo-Forlanini.
 

Tra i relatori, la discussa dottoressa Polly Carmichael, medico celebre per utilizzare la somministrazione di ormoni ai bambini, ormoni che inibiscono lo sviluppo sessuale. Il tutto nella sua clinica londinese.Fabio Roscani, presidente di Gioventù Nazionale, ha organizzato una "tempesta di post" su Facebook "contro la follia gender". Si legge nel comunicato di Gn: "La proposta del movimento giovanile della Meloni, per sensibilizzare sul tema, è di pubblicare su Facebook dei cartelli con scritto "I bambini non si toccano" e utilizzare l'hastag #GenderFollia". Roscani, inoltre, ha contestato proprio la presenza della dottoressa Polly Carmichael come relatore. Quest'ultima sarebbe la responsabile dell'unica clinica che nel Regno Unito tratta casi di fluidità sessuale nei minorenni. La donna sarebbe una delle principali sostenitrici della bontà di queste terapie nei confronti del Dig, cioè del "disordine nell'identità d'igenere", rinominato "disforia di genere" nel DSM-V.
Il Dig, si legge qui, "consiste nell’identificazione nel sesso opposto a quello di appartenenza e può colpire anche i minori".
Un disturbo che sarebbe indipendente dall'orientamento sessuale e che non dovrebbe essere confuso con esso. Il trattamento della Carmichael, insomma, consisterebbe nel somministrare ormoni in grado di bloccare lo sviluppo sessuale del bambino, in attesa che scelgano a quale sesso appartenere in futuro.
"Chiediamo al Presidente Zingaretti di aderire anche lui alla nostra iniziativa per prendere le distanze da ciò che avviene nella sua regione -scrive Roscani in un post su Facebook- "Altrimenti ci aspettiamo che follia per follia, presto si organizzino dei convegni non scientifici per dire e convincerci che la Terra è piatta ed è il sole a girarle intorno", conclude.
Contrari e scandalizzati, quindi, gli esponenti di Fratelli d'Italia. Tra questi l'ex consigliere regionale ed ex capogruppo del Pdl in regione Lazio Chiara Colosimo che, aderendo alla "tempesta di post" promossa da Roscani, scrive: "La regione, insieme al "garante per l'infanzia" si sta occupando, con l'importante contributo della dottoressa Polly Carmichael di spiegarci come somministrare ai bambini gli ormoni per inibirne lo sviluppo sessuale". E ancora: "Credo che a tutto ci sia un limite e che in questo caso si sia ampiamente superato. Aderite e fermiamo la #genderfollia". Ad essere contestata, quindi, è anche la presunta mancanza di basi scientifiche della teoria promossa dalla Carmichael. Gioventù Nazionale, in definitiva, contesta l'iniziativa e chiede spiegazioni al presidente della regione Lazio."


sabato 4 novembre 2017

"Il papa crea crescente disagio" e il teologo Padre Weinandy lascia la commissione

Prelevo da Il Giornale:

"Il Pontificato di Bergoglio crea confusione cronica", il caso del Padre dimessosi dopo aver criticato Papa Francesco con una lettera"

"Critica Bergoglio e poi si dimette. Questa, in sintesi, la storia di Padre Weinandy, che sta circolando tra i siti tradizionalisti.




Ad annunciarlo è il Catholic Herald che, in un articolo pubblicato stamani, racconta di come il sacerdote in questione abbia abbandonato la sua di posizione di consulente del Comitato USCCB sulla dottrina, contemporaneamente alla pubblicazione di una lettera in cui accusava Papa Bergoglio di promuovere un "crescente disagio" e una "confusione cronica" tra i cattolici.

A conferma di tutto ciò, una nota del presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, il cardinale Daniel Di Nardo: "Come vescovi, riconosciamo la necessità di discussioni oneste e umili sulle questioni teologiche e pastorali" - Ha dichiarato il capo dei vescovi americani - "Dobbiamo sempre tenere in mente il "presupposto" di S. Ignazio di Loyola nei suoi esercizi spirituali:...che si supponga che ogni buon cristiano debba essere più desideroso di dare una buona interpretazione sull'affermazione di un prossimo piuttosto che condannarla". Il Padre, insomma, non sarebbe stato particolarmente accorto nei confronti del Papa.

Tra le critiche che Weinandy ha sollevato, c'è, soprattutto, quella per cui il Papa abbia una tendenza a promuovere quei vescovi troppo aperti nei confronti di chi non è di fede cattolica. Nello specifico, quelli che sosterrebbero chi ha opinioni contrarie alla fede cristiana. Gli stessi che poi difenderebbero queste stesse posizioni. Dopo essersi riunito con il Segretario Generale della Conferenza, si legge nell'articolo del Catholic Herald, Padre Thomas Weinandy, si è quindi dimesso con "efficacia immediata" dal suo ruolo nell'assise dei vescovi americani. Ma chi è questo Padre dimissionario?
Weinandy è un teologo che vive a Washington, nel Collegio dei Cappuccini, ed è un francescano. Papa Bergoglio lo ha nominato, nel 2014, membro della commissione teologica internazionale. Ha insegnato per anni prima ad Oxford, poi presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Dopo essersi recato a Roma lo scorso mese di Maggio, si è convinto di dover scrivere una missiva al Papa sull' "inquietudine" presente nella Chiesa.

Nel testo della lettera pubblicato qui, si legge: "Santità, una confusione cronica sembra contrassegnare il suo pontificato. La luce della fede, della speranza e dell'amore non è assente, ma troppo spesso è oscurata dall'ambiguità delle sue parole e azioni. Ciò alimenta nei fedeli un crescente disagio". Tre i principali elementi di critica presenti nel testo: il capitolo 8 di Amoris Laetitia, il declassamento della "importanza della dottrina della Chiesa" e le già citate nomine vescovili. Poi l'accenno alla presunta emarginazione dei critici del Papa: "Molti vescovi stanno in silenzio perché desiderano essere leali con lei, e quindi non esprimono – almeno in pubblico; in privato è un’altra cosa – le preoccupazioni che il suo pontificato alimenta. Molti temono che se parlassero con franchezza sarebbero emarginati o peggio".

qui invece il pezzo di Marco Tosatti

qui Magister


venerdì 3 novembre 2017

Halloween?



Halloween, deriva dall'espressione All Hallow's Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica l’1 novembre fa memoria di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno anche della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

La festa celtica di Samhain “era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l'ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l'anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l'amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.

L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.

Tuttavia, nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di celtica Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l'immagine inquietante di Halloween, ma che nella maggior parte dei casi ormai acquista un aspetto satanico. Ciò avviene attribuendo a Samhain il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all'altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna.  E così la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell'oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni. La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte. Ed è così che Halloween costituisce uno dei tanti processi di ‘de-cattolicizzazione’, “spazzata via dalla nuova visione orrifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall'elemento magico-occultistico”.

Utile ricordare a tutti cosa ne pensa don Gabriele Amorth, uno dei più grandi esorcisti:

“Halloween non è una festa, ma un evento inquietante che ha lo scopo di ironizzare, con l’uso delle maschere, su ciò che è male per farlo passare come un divertimento innocente. È il capodanno dei satanisti, la notte per eccellenza dell’occulto, di chi lo pratica perché si festeggia il dio dell’occulto, Satana. E poco importa saperlo o non saperlo perché i suoi effetti malefici e devastanti nel tempo, raggiungono anche le persone che, inconsapevolmente, vi partecipano… Fuggite da tutti i simboli di Halloween, sono “porte” sataniche che portano i demoni nelle vostre case, portano la divisone, invidie e malefici…”
Preghiamo e adoperiamoci perché, a partire dalle Parrocchie e anche nella scuola, si diano insegnamenti corretti e edificanti, altrimenti, purtroppo, è serio il rischio di sfociare nel satanismo, inconsapevole nei bambini e nei giovani che abbracciano le mode del tempo e irresponsabilmente ignorato da chi dovrebbe vigilare ma soprattutto insegnare altro.

La leggenda popolare di Jack O'Lantern (che viene a patti con il diavolo e ottiene di non finire all'inferno, vagando come spirito senza destinazione) è di origine irlandese, medievale. Raggiunse il Nord America con le massicce emigrazioni dall'Irlanda. In America non si trovavano le grosse rape (che accoglievano la brace accesa simboleggiante l'eterna dannazione evitata), usate in Europa e così si ricorse alle zucche illuminate per scacciare gli spiriti inquieti come quello di Jack, in cerca di una casa.

Ancor più lontano nei secoli c'è il culto paganeggiante druidico, degli antichi Celti. Era un culto non privo di particolari raccapriccianti e macabri, riportati da storici romani quali Giulio Cesare, Plinio il Vecchio e Tacito. La ricorrenza principale cadeva proprio a fine ottobre. I sacerdoti celti passavano di casa in casa chiedendo offerte (sacrifici) agli dei pagani e in caso di rifiuto si passava a temute maledizioni sulla vita e le cose di chi non si prestava al tributo richiesto.

Ecco da dove viene il trick or treat, o mi dai qualcosa (sacrificio) oppure sono cavoli tuoi (maledizione). Ridetto altrimenti divertimento/piacere o trucco/imbroglio.

Tutte cose "innocenti", per bambini ingenui con il loro innocuo "dolcetto o scherzetto"...

In realtà si celano simbolismi esoterici e paganeggianti, non di rado collegati alle sette del culto a satana, che hanno scelto il 31 ottobre per loro "capodanno", in cui ci si "diverte con la morte" e si dissemina l'attesa di spiriti, mostri, streghe e sangue colante, venendo a patti, inconsapevoli fin che si vuole, con il potere delle tenebre.
Un Natale al contrario, perché se in quel caso anche un non credente finisce con il far festa alla nascita del Verbo incarnato, in questo caso è il credente a "far festa" con chi ha rifiutato la volontà di Dio e proprio nel giorno che aprirebbe al culto dei santi e alla commemorazione di defunti che hanno bisogno di intercessione per raggiungere la pace.

(prelevato parzialmente dagli amici di Chiesa e PostConcilio, un grazie a Maria Guarini e Tralcio)

cfr anche

https://bonumsemen.blogspot.it/2016/10/31-ottobre-novena-proposta-da-don.html

https://bonumsemen.blogspot.it/2016/10/ne-halloween-ne-lutero.html


(Nell'immagine in alto, Vincent Price in "The Bat", 1959)
https://bonumsemen.blogspot.it/2016/10/ne-halloween-ne-lutero.html

martedì 31 ottobre 2017

Ognissanti

1  NOVEMBRE
FESTA  DI  TUTTI  I  SANTI



La festa della Chiesa trionfante.
Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio  (Apoc. 7, 9-10). Il tempo è cessato e l'umanità si rivela agli occhi del profeta di Pathmos. La vita di battaglia e di sofferenza della terra (Giob. 7, 1) un giorno terminerà e l'umanità, per molto tempo smarrita, andrà ad accrescere i cori degli spiriti celesti, indeboliti già dalla rivolta di Satana, e si unirà nella riconoscenza ai redenti dell'Agnello e gli Angeli grideranno con noi: Ringraziamento, onore, potenza, per sempre al nostro Dio! (Apoc. 7, 11-14).
E sarà la fine, come dice l'Apostolo (I Cor. 15, 24), la fine della morte e della sofferenza, la fine della storia e delle sue rivoluzioni, ormai esaurite. Soltanto l'eterno nemico, respinto nell'abisso con tutti i suoi partigiani, esisterà per confessare la sua eterna sconfitta. Il Figlio dell'uomo, liberatore del mondo, avrà riconsegnato l'impero a Dio, suo Padre e, termine supremo di tutta la creazione e di tutta la redenzione, Dio sarà tutto in tutti (ibid. 24-28).
1223
Molto prima di san Giovanni, Isaia aveva cantato: Ho veduto il Signore seduto sopra un trono alto e sublime, le frange del suo vestito scendevano sotto di lui a riempire il tempio e i Serafini gridavano l'uno all'altro: Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della tua gloria (Is. 6, 1-3).
Le frange del vestimento divino sono quaggiù gli eletti divenuti ornamento del Verbo, splendore del Padre (Ebr. 1, 3), perché, capo della nostra umanità, il Verbo l'ha sposata e la sposa è la sua gloria, come egli è la gloria di Dio (I Cor. 11, 7). Ma la sposa non ha altro ornamento che le virtù dei Santi (Apoc. 19, 8): fulgido ornamento, che con il suo completarsi segnerà la fine dei secoli. La festa di oggi è annunzio sempre più insistente delle nozze dell'eternità e ci fa di anno in anno celebrare il continuo progresso della preparazione della Sposa (Apoc. 19, 7).

Confidenza.
Beati gli invitati alle nozze dell'Agnello! (ibid. 9). Beati noi tutti che, come titolo al banchetto dei cieli, ricevemmo nel battesimo la veste nuziale della santa carità! Prepariamoci all'ineffabile destino che ci riserba l'amore, come si prepara la nostra Madre, la Chiesa. Le fatiche di quaggiù tendono a questo e lavoro, lotte, sofferenze per Dio adornano di splendenti gioielli la veste della grazia che fa gli eletti. Beati quelli che piangono! (Mt. 5, 5).
Piangevano quelli che il Salmista ci presentava intenti a scavare, prima di noi, il solco della loro carriera mortale (Sal. 125) e ora versano su di noi la loro gioia trionfante, proiettando un raggio di gloria sulla valle del pianto. La solennità, ormai incominciata, ci fa entrare, senza attendere che finisca la vita, nel luogo della luce ove i nostri padri hanno seguito Gesù, per mezzo della beata speranza. Davanti allo spettacolo della felicità eterna nella quale fioriscono le spine di un giorno, tutte le prove appariranno leggere. O lacrime versate sulle tombe che si aprono, la felicità dei cari scomparsi non mescolerà forse al vostro rammarico la dolcezza del cielo? Tendiamo l'orecchio ai canti di libertà che intonano coloro che, momentaneamente da noi separati, sono causa del nostro pianto. Piccoli o grandi (Apoc. 19, 5), questa è la loro festa e presto sarà pure la nostra. In questa stagione, in cui prevalgono brine e tenebre, la natura, lasciando cadere i suoi ultimi gioielli, pare voler preparare il mondo all'esodo verso la patria che non avrà fine.
Cantiamo anche noi con il salmista: "Mi sono rallegrato per quello
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che mi è stato detto: Noi andremo nella casa del Signore. O Gerusalemme, città della pace, che ti edifichi nella concordia e nell'amore, noi siamo ancora nei vestiboli, ma già vediamo i tuoi perenni sviluppi. L'ascesa delle tribù sante verso di te prosegue nella lode e i tuoi troni ancora liberi si riempiono. Tutti i tuoi beni siano per quelli che ti amano, o Gerusalemme, e nelle tue mura regnino la potenza e l'abbondanza. Io ho messo ormai in te le mie compiacenze, per gli amici e per i fratelli, che sono già tuoi abitanti e, per il Signore nostro Dio, che in te abita, in te ho posto il mio desiderio" (Sal. 121).

Storia della festa.
Troviamo prima in Oriente tracce di una festa in onore dei Martiri e san Giovanni Crisostomo pronunciò una omelia in loro onore nel IV secolo, mentre nel secolo precedente san Gregorio Nisseno aveva celebrato delle solennità presso le loro tombe. Nel 411 il Calendario siriaco ci parla di una Commemorazione dei Confessori nel sesto giorno della settimana pasquale e nel 539 a Odessa, il 13 maggio, si fa la "memoria dei martiri di tutta la terra".
In Occidente i Sacramentari del V e del VI secolo contengono varie messe in onore dei santi Martiri da celebrarsi senza giorno fisso. Il 13 maggio del 610, Papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del Pantheon, vi fece trasportare delle reliquie e lo chiamò S. Maria ad Martyres. L'anniversario di tale dedicazione continuò ad essere festa con lo scopo di onorare in genere tutti i martiri, Gregorio III, a sua volta, nel secolo seguente, consacrò un oratorio "al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori e a tutti i giusti dormienti del mondo intero".
Nell'anno 835, Gregorio IV, desiderando che la festa romana del 13 maggio fosse estesa a tutta la Chiesa, provocò un editto dell'imperatore Luigi il Buono, col quale essa veniva fissata al 1 novembre. La festa ebbe presto la sua vigilia e nel secolo XV Sisto IV la decorò di Ottava obbligatoria per tutta la Chiesa. Ora, sia la vigilia sia l'Ottava, sono soppresse.

MESSA
"Alle calende di novembre vi è la stessa premura che vi è a Natale, per assistere al Sacrificio in onore dei Santi", dicono vecchi documenti in relazione a questo giorno" (Lectiones ant. Brev. Rom. ad hanc diem. Hittorp. Ordo Romanus). Per quanto generale fosse
1225
la festa, anzi in ragione della sua stessa universalità, non era forse la gioia speciale per tutti e l'onore delle famiglie cristiane? Le quali santamente fiere di coloro dei quali si trasmettevano le virtù di generazione in generazione e la gloria del cielo, si vedevano così nobilitate ai loro occhi, più che da tutti gli onori terreni.
Ma la fede viva di quei tempi vedeva anche nella festa l'occasione di riparare le negligenze volontarie o forzate commesse nel corso dell'anno riguardo al culto dei beati inscritti nel calendario pubblico.

EPISTOLA (Apoc. 7, 2-12). - In quei giorni: Io Giovanni vidi un altro Angelo che saliva da oriente ed aveva il sigillo di Dio vivo, e gridò con gran voce ai quattro Angeli, a cui era ordinato di danneggiare la terra e il mare e disse: Non danneggiate la terra, il mare e le piante, finché non abbiamo segnato nella loro fronte i servi del nostro Dio. E sentii il numero dei segnati, centoquarantaquattromila di tutte le tribù d'Israele: della tribù di Giuda dodici mila segnati; della tribù di Ruben dodici mila segnati; della tribù di Gad dodici mila segnati; della tribù di Aser dodici mila segnati; della tribù di Neftali dodici mila segnati; della tribù di Manasse dodici mila segnati; della tribù di Simeone dodici mila segnati; della tribù di Levi dodici mila segnati; della tribù di Issacar dodici mila segnati; della tribù di Zabulon dodici mila segnati; della tribù di Giuseppe dodici mila segnati; della tribù di Beniamino dodici mila segnati. Dopo queste cose vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni popolo e linguaggio. Essi stavano davanti al trono e dinanzi all'Agnello, in bianche vesti e con rami di palme nelle loro mani, e gridavano a gran voce e dicevano: La salute al nostro Dio che siede sul trono e all'Agnello! E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono, ai vegliardi e ai quattro animali, si prostrarono bocconi dinanzi al trono, e adorarono Dio, dicendo: Amen! Benedizione e gloria e sapienza e ringraziamenti e onore e potenza e forza al nostro Dio, nei secoli dei secoli. Così sia.
I due censimenti.
L'Uomo-Dio alla sua venuta sulla terra fece, per mezzo di Cesare Augusto, una prima volta il censimento della terra (Lc. 2, 1). Era opportuno che all'inizio della redenzione fosse rilevato ufficialmente lo stato del mondo. Ora è il momento di farne un secondo, che affiderà al libro della vita i risultati delle operazioni di salvezza.
"Perché questo censimento del mondo al momento della nascita del Signore, dice san Gregorio in una delle omelie di Natale, se non per farci comprendere che nella carne appariva Colui che doveva poi registrare gli eletti nella eternità?" (Lezione vii dell'Ufficio di Natale). Molti però, a causa dei peccati, si erano sottratti al beneficio del primo censimento, che comprendeva tutti gli uomini
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nel riscatto di Dio Salvatore, e ne era necessario un secondo che fosse definitivo ad eliminasse dall'universalità del primo i colpevoli. Siano cancellati dal libro dei vivi; il loro posto non è con i giusti (Sal. 68, 29). Le parole sono del re Profeta e il santo Papa qui le ricorda.
Nonostante questo, la Chiesa, tutta gioiosa, non pensa oggi che agli eletti, come se di essi soli si trattasse nel solenne censimento in cui abbiamo veduto terminare la vita dell'umanità. Infatti essi soli contano davanti a Dio, i reprobi non sono che lo scarto di un mondo in cui solo la santità risponde alla generosità del creatore e all'offerta di un amore infinito.
Prestiamo le anime nostre all'impronta che le deve "conformare all'immagine del Figlio unico" (Rom. 8, 29) segnandoci come tesoro di Dio. Chi si sottrae all'impronta sacra non eviterà l'impronta della bestia (Apoc. 13, 16) e, nel giorno in cui gli Angeli chiuderanno il conto eterno, ogni moneta, che non potrà essere portata all'attivo di Dio, se ne andrà da sé alla fornace in cui bruceranno le scorie.

VANGELO (Mt. 5, 1-12). - In quel tempo: Gesù avendo veduto la folla, salì sul monte e, come si fu seduto, gli si accostarono i suoi discepoli. Allora egli aprì la sua bocca per ammaestrarli, dicendo: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i famelici e sitibondi di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno e, falsamente, diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi (in quel giorno) ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Le Beatitudini.
La terra è oggi così vicina al cielo che uno stesso pensiero di felicità riempie i cuori. L'Amico, lo Sposo ritorna in mezzo ai suoi e parla di felicità. Venite a me voi tutti che avete tribolazioni e sofferenze. Il versetto dell'Alleluia era con queste parole l'eco della patria e tuttavia ci ricordava l'esilio, ma tosto nel Vangelo è apparsa la grazia e la benignità del nostro Dio Salvatore (Tit. 2, 11; 3,4). Ascoltiamolo, perché ci insegna le vie della beata speranza (ibid. 2, 12-13), le delizie sante, che sono ad un tempo garanzia ed anticipo della perfetta felicità del cielo.
Sul Sinai, Dio teneva l'Ebreo a distanza e dava soltanto precetti e minacce di morte, ma sulla vetta di quest'altra montagna,
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sulla quale è assiso il Figlio di Dio, in modo ben diverso si promulga la legge dell'amore! Le otto Beatitudini all'inizio del Nuovo Testamento hanno preso il posto tenuto nell'Antico dal Decalogo inciso sulla pietra.
Esse non sopprimono i comandamenti, ma la loro giustizia sovrabbondante va oltre tutte le prescrizioni e Gesù le trae dal suo Cuore per imprimerle, meglio che sulla pietra, nel cuore del suo popolo. Sono il ritratto perfetto del Figlio dell'uomo e riassunto della sua vita redentrice. Guardate dunque e agite secondo il modello che si rivela a voi sulla montagna (Es. 25, 40; Ebr. 8, 5).
La povertà fu il primo contrassegno del Dio di Betlemme e chi mai apparve più dolce del figlio di Maria? chi pianse per causa più nobile, se egli già nella greppia espiava le nostre colpe e pacificava il Padre? Gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici dove troveranno fuori di lui il modello insuperato, mai raggiunto e sempre imitabile? E la sua morte lo fa condottiero dei perseguitati per la giustizia! Suprema beatitudine questa della quale più che di tutte le altre, la Sapienza incarnata si compiace e vi ritorna sopra e la precisa e oggi con essa termina, come in un canto d'estasi.
La Chiesa non ebbe mai altro ideale. Sulla scia dello Sposo, la sua storia nelle varie epoche fu eco prolungata delle Beatitudini. Cerchiamo di comprendere anche noi e, per la felicità della nostra vita in terra, in attesa dell'eterna, seguiamo il Signore e la Chiesa.
Le Beatitudini evangeliche sollevano l'uomo oltre i tormenti, oltre la morte, che non scuote la pace dei giusti, anzi la perfeziona.

Discorso di san Beda [1].
"In cielo non vi sarà mai discordia, ma vi sarà accordo in tutto e conformità piena, perché la concordia tra i Santi non avrà variazioni; in cielo tutto è pace e gioia, tutto è tranquillità e riposo e vi è una luce perpetua assai diversa dalla luce di quaggiù, tanto più splendida quanto più bella. Leggiamo nella Scrittura che la città celeste non ha bisogno della luce del sole, perché 'il Signore onnipotente la illuminerà e l'Agnello ne è la fiaccola' (Apoc. 21, 23). 'I Santi brilleranno come stelle nell'eternità, e quelli che istruiscono le moltitudini saranno come lo splendore del firmamento'
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(Dan. 12, 3). Là, non notte, non tenebre, né ammassi di nubi; non rigore di freddo, né eccessivo calore, ma uno stato di cose così bene equilibrato che 'occhio non vide e orecchio non udì e il cuore dell'uomo nulla mai comprese' (I Cor. 2, 9) di simile. Lo conoscono quelli che sono trovati degni di goderne e 'i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita' (Fil 4,3) che 'hanno lavato il loro vestito nel sangue dell'Agnello e stanno davanti al trono di Dio, servendolo notte e giorno' (Apoc. 7, 14). 'Là non c'è vecchiaia, né debolezze della vecchiaia, perché tutti sono giunti allo stato dell'uomo perfetto, nella misura dell'età del Cristo' (Ef. 4, 13).
Ma quello che tutto sorpassa è l'essere associati ai cori degli Angeli, dei Troni e delle Dominazioni, dei Principati e delle Potenze; il godere della compagnia di tutte le Virtù della corte celeste; il contemplare i diversi ordini dei Santi, più splendenti che gli astri; il considerare i Patriarchi illuminati dalla loro fede, i Profeti radiosi di speranza e di gioia, gli Apostoli preparati a giudicare le tribù di Israele e tutto l'universo; i Martiri, cinti del diadema splendente della porpora della vittoria e infine le Vergini con la fronte coronata di candidi fiori" (18 Discorso sui Santi).

Incoraggiamento alla pratica delle virtù.
La Chiesa dopo averci mostrato la bellezza e la gioia del cielo, dopo la seducente esposizione sulla eternità, avrebbe potuto presentarci la questione che san Benedetto pose al postulante, che bussava alla porta del monastero: Vuoi la vita? vuoi vedere giorni felici? (Prologo alla Regola). Avremmo anche noi prontamente risposto: sì. E pare che davvero la questione ce l'abbia silenziosamente posta e che abbia udito il nostro , perché prosegue adesso esponendoci le condizioni, necessarie per entrare nel regno dei cieli.
"La speranza di giungere alla ricompensa della salvezza ci alletti, ci attiri, lottiamo volentieri e con tutto l'impegno nello stadio della santità; mentre Dio e Cristo ci guardano. Dato che già abbiamo cominciato ad elevarci sopra il mondo ed il secolo, stiamo attenti, perché nessun desiderio terreno ci attardi. Se l'ultimo giorno ci trova svincolati da ogni cosa, se ci trova in agile corsa nel cammino delle buone opere, il Signore non potrà fare a meno di ricompensare i nostri meriti.
Colui che dà, come prezzo della sofferenza, a quelli che hanno saputo vincere nella persecuzione, una corona imporporata, darà
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pure, come prezzo delle opere di santità, una corona bianca a coloro che avranno saputo vincere nella pace. Abramo, Isacco, Giacobbe non furono messi a morte, ma sono stati tuttavia ritenuti degni dei primi posti fra i Patriarchi, perché tale onore meritarono con la fede e le opere di giustizia, e coloro che saranno trovati fedeli, giusti e degni di lode siederanno al banchetto con questi grandi giusti. Bisogna ricordare però che dobbiamo compiere la volontà di Dio e non la nostra, perché 'chi fa la volontà di Dio vive eternamente' (Gv. 2, 17) come vive eternamente Dio stesso.
Bisogna dunque che con spirito puro, fede ferma, virtù robusta, carità perfetta, siamo preparati a compiere tutta la volontà di Dio, osservando con coraggiosa fedeltà i comandamenti del Signore, l'innocenza nella semplicità, l'unione nella carità, la modestia nell'umiltà, l'esattezza nell'impiego, la diligenza nell'assistenza degli afflitti, la misericordia nel sollevare i poveri, la costanza nella difesa della verità, la discrezione nella severità della disciplina e infine bisogna che non lasciamo di seguire o dare l'esempio delle buone opere. Ecco la traccia che tutti i Santi, tornando alla patria, ci hanno lasciata, perché, camminando sulle loro orme, possiamo giungere alle gioie che essi hanno raggiunto" (Beda, 18 Discorso sui Santi).

È utile lodare i Santi.
Una esortazione per i suoi figli la Chiesa la chiede a san Bernardo, e ci parla con la sua voce.
"Dato che celebriamo con una festa solenne il ricordo di tutti i Santi, diceva ai suoi monaci l'abate di Chiaravalle, credo utile parlarvi della loro felicità comune nella quale gioiscono di un beato riposo e della futura consumazione che attendono. Certo, bisogna imitare la condotta di quelli che con religioso culto onoriamo; correre con tutto lo slancio del nostro ardore verso la felicità di quelli che proclamiamo beati, bisogna implorare il soccorso di quelli dei quali sentiamo volentieri l'elogio.
A che serve ai Santi la nostra lode? A che serve il nostro tributo di glorificazione? A che serve questa stessa solennità? Quale utile portano gli onori terrestri a coloro che il Padre celeste stesso, adempiendo la promessa del Figlio, onora? Che cosa fruttano loro i nostri omaggi? Essi non hanno alcun desiderio di tutto questo. I santi non hanno bisogno delle nostre cose e la nostra divozione non reca loro alcun vantaggio: ciò è cosa assolutamente vera.
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Non si tratta di loro vantaggio, ma nostro, se noi veneriamo la loro memoria. Volete sapere come abbiamo vantaggio? Per conto mio, confesso che, ricordando loro, mi sento infiammato di un desiderio ardente, di un triplice desiderio.
Si dice comunemente: occhio non vede, cuore non duole. La mia memoria è il mio occhio spirituale e pensare ai Santi è un po' vederli, e, ciò facendo, abbiamo già 'una parte di noi stessi nella terra dei viventi' (Sal. 141, 6), una parte considerevole, se la nostra affezione accompagna, come deve accompagnarlo, il nostro ricordo. È in questo modo, io dico, che 'la nostra vita è nei cieli' (Fil. 3, 20). Tuttavia la nostra vita non è in cielo, come vi è la loro, perché essi vi sono in persona e noi solo con il desiderio; essi vi sono con la loro presenza e noi solo con il nostro pensiero".

Desiderare l'aiuto dei Santi.
"Perché possiamo sperare tanta beatitudine dobbiamo desiderare ardentemente l'aiuto dei Santi, perché quanto non possiamo ottenere da noi ci sia concesso per la loro intercessione.
Abbiate pietà di noi, sì, abbiate pietà di noi, voi che siete nostri amici. Voi conoscete i nostri pericoli, voi conoscete la nostra debolezza; voi sapete quanto grande è la nostra ignoranza, e quanta la destrezza dei nostri nemici; voi conoscete la violenza dei loro attacchi e la nostra fragilità. Io mi rivolgo a voi, che avete provato le nostre tentazioni, che avete vinto le stesse battaglie, che avete evitato le stesse insidie, a voi ai quali le sofferenze hanno insegnato ad avere compassione.
Io spero inoltre che gli angeli stessi non disdegneranno di visitare la loro specie, perché è scritto: 'visitando la tua specie non peccherai' (Giob. 5, 24). Del resto, se io conto su di essi perché noi abbiamo una sostanza spirituale e una forma razionale simile alla loro, credo di poter maggiormente confidare in coloro che hanno, come me, l'umanità e che sentono perciò una compassione particolare e più intima per le ossa delle loro ossa e la carne della loro carne".

Confidenza nella loro intercessione.
"Non dubitiamo della loro benevola sollecitudine a nostro riguardo. Essi ci attendono fino a quando anche noi non avremo avuta la nostra ricompensa, fino al grande giorno dell'ultima festa, nella
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quale tutte le membra, riunite alla testa sublime, formeranno l'uomo perfetto in cui Gesù Cristo, nostro Signore, degno di lode e benedetto nei secoli, sarà lodato con la sua discendenza. Così sia" (Discorso sui Santi, passim).

Imitare coloro che si lodano.
Troviamo in san Giovanni Crisostomo la dottrina già esposta: è cosa buona lodare i Santi, ma alla lode bisogna unire l'imitazione delle loro virtù.
"Chi ammira con religioso amore i meriti dei Santi e celebra con lodi ripetute la gloria dei giusti è tenuto ad imitare la loro vita virtuosa e la loro santità. È necessario infatti che chi esalta con gioia i meriti di qualche santo abbia a cuore di essere come lui fedelmente impegnato nel servizio di Dio. O si loda e si imita, o ci si astiene anche dal lodare. Sicché, dando lode ad un altro, ci si rende degni di lode e, ammirando i meriti dei Santi, si diventa ammirabili per una vita santa. Se amiamo le anime giuste e fedeli, perché apprezziamo la loro giustizia e la loro fede, possiamo anche essere quello che sono, facendo quello che fanno".

I modelli.
"Non ci è difficile imitare le loro azioni, se consideriamo che i primi Santi non ebbero esemplari innanzi a sé e quindi non imitarono altri, ma si fecero modello di virtù degno di essere imitato, affinché, con il profitto che noi ricaviamo imitando loro e con quello che il prossimo ricaverà, imitando noi, Gesù Cristo nella sua Chiesa sia glorificato perpetuamente dai suoi servi.
Così avvenne fin dai primi tempi del mondo. Abele, l'innocente, fu ucciso, Enoc fu rapito in cielo, perché ebbe la fortuna di piacere a Dio, Noè fu trovato giusto, Abramo fu approvato da Dio, perché riconosciuto fedele, Mosè si distinse per la mansuetudine, Giosuè per la castità, Davide per la dolcezza, Elia fu gradito al Signore, Daniele fu pio e i suoi tre compagni furono vittoriosi, gli Apostoli, discepoli di Cristo, furono designati maestri dei credenti e i Confessori, da loro istruiti combatterono da forti, mentre i martiri, consumati nella perfezione, trionfano e legioni di cristiani, armati da Dio, continuamente respingono il demonio. Per ciascuno di essi la lotta è diversa, ma le virtù sono simili e le vittorie di tutti restano gloriose".
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Necessità del combattimento.
Tu, o cristiano, sei soldato ben meschino, se credi di vincere senza combattere e di raggiungere il trionfo senza sforzo! Spiega le tue forze, lotta con coraggio, combatti, senza debolezze, nella mischia. Mantieni il patto, rimetti sulle condizioni, renditi conto di che cosa sia l'essere soldato, il patto che hai concluso, le condizioni che hai accettate, la milizia nella quale ti sei arruolato" (Giovanni Crisostomo, Discorso sulla imitazione dei Martiri).

La nostra risurrezione.
Ci giova oggi ricordare la dottrina sulla risurrezione dei morti, che san Paolo esponeva un giorno ai fedeli di Corinto, sulla grandiosa cerimonia liturgica che la seguirà, e sulla visione beatifica, che avremo in premio nell'eternità.
Noi risusciteremo, perché Cristo è risuscitato. Questa dottrina riassume in certo modo tutto il cristianesimo. Il battesimo è inserzione di ciascuno di noi in Cristo e dal momento che noi siamo entrati nell'unità della sua vita e formiamo con lui un solo corpo mistico e reale insieme, l'interesse è comune, la condizione nostra è legata alla sua, quello che è avvenuto in lui deve avvenire in noi: la morte, il seppellimento, la risurrezione, l'ascensione, la vita eterna in Dio. Le membra avranno la sorte del capo e potremmo dire, propriamente parlando, di essere già risuscitati in Gesù Cristo, perché la sua Risurrezione è causa, motivo, esempio, sicura garanzia della nostra.
Cristo non è risuscitato per sé solo, per conto suo, ma per noi tutti. Nella legge antica erano offerte a Dio le spighe mature, in nome di tutta la messe. Il Signore, se è un essere individuale, è pure il secondo Adamo, essere vivente, che comprende in sé la moltitudine di quelli che da lui son nati e perciò, se egli è risuscitato, tutti sono risuscitati, ma ciascuno a suo tempo; Cristo per primo, poi tutti quelli che sono di Cristo risusciteranno alla sua venuta. Dopo sarà la fine.

L'inizio della vita eterna.
"Sarà la fine. La fine del periodo laborioso nel corso del quale il Signore raccoglie il numero dei suoi eletti, stabilisce il suo regno e annienta i suoi nemici. Si potrebbe dire altrettanto bene inizio del-
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la vita nuova, compimento del disegno di Dio con il ritorno a lui di tutto quanto avrà acconsentito ad appartenere a Cristo Nostro Signore Gesù Cristo, dopo aver trionfato di tutte le potenze nemiche, debellata ogni autorità e scardinato ogni potere ostile al suo, porterà a Dio, suo Padre, tutte le nature umane delle quali è re e, avendo qual Figlio operato solo per il Padre, gli riconsegnerà il comando su tutta la sua conquista. Sì, noi lo sappiamo, tutto si piegherà davanti a Dio in cielo, sulla terra, e nell'inferno; tutto sarà sottomesso, fuorché Colui, che ha sottomesso a sé tutte le cose.
L'eternità comincerà con una cerimonia liturgica di infinita grandezza. Il Verbo Incarnato, nostro Signore Gesù Cristo, il re predestinato, circondato dagli Angeli, dagli uomini nati per la sua grazia e viventi la sua vita, si metterà alla testa della falange che il Padre gli ha dato e la guiderà e condurrà verso il santuario eterno. Si presenterà con essi davanti al Padre e presenterà e offrirà a lui la messe immensa degli eletti germogliati dal suo sangue e si sottometterà con essi alla paterna dominazione di Colui, che tutto gli donò e sottomise, rimettendogli lo scettro e la regalità della creazione da lui conquistata, che con lui entrerà nel seno della Trinità. La famiglia di Dio sarà allora completa e Dio sarà tutto in tutti".

Dio è tutto in tutti.
"Dio tutto in tutti: l'espressione ha per il nostro pensiero qualcosa di prodigioso e di meraviglioso... Oggi Dio non è tutto in me e io non sono in relazione diretta con lui, ma sempre tra noi sta l'importuna creazione e io arrivo a Dio a prezzo di un lento e penoso cammino sempre avvolto nella oscurità. Il mio pensiero non vede Dio e la fede stessa me lo vela: non sono un essere intelligente, e non lo sarò che quando Dio si offrirà come oggetto alla mia intelligenza finalmente desta, il giorno in cui Dio, per mostrarsi a me, si unirà alla mia intelligenza, perché io possa conoscerlo. Come dire questo? Dio sarà allora alla radice stessa del mio pensiero, perché io lo veda, alla radice della mia volontà, perché io lo possieda, alla radice e al centro del mio cuore, perché io l'ami. Egli allora sarà la bellezza che amo e sarà in me il cuore che ama la bellezza, sarà il termine e l'oggetto dei miei atti e in me ne sarà il principio.
Questa gloriosa appartenenza della mia anima a Dio si prepara sulla terra con l'unione a Cristo. Nell'eternità entreremo totalmente nella vita di Dio, se quaggiù saremo interamente conformati a Cri-
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sto. Questa è l'idea fondamentale del cristianesimo: essere con Cristo nel tempo, per essere con Dio nell'eternità (Dom Delatte, Epistole di san Paolo, I, 379-383)".

PREGHIAMO
O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di venerare con una sola solennità i meriti di tutti i tuoi Santi; ti preghiamo di accordarci, in vista di tanta moltitudine di intercessori, l'abbondanza della tua misericordia.



[1] Il discorso, attribuito a san Beda, pare piuttosto di Walfrido Strabone, o più probabilmente ancora di Helischar di Treviri. Riv. Ben. 1891, p. 278

da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1222-1234.
 

1° Novembre a Bologna



1° novembre, solennità di Ognissanti dalle 17:00, nel decennale

Il compianto Cardinale Caffarra, nella festa di Ognissanti di 10 anni fa, concedeva a Bologna la Chiesa in cui celebrare la S. Messa vetus ordo secondo il Summorum Pontificum.

Chiesa di S. Maria della Pietà dei Mendicanti – Via San Vitale 112


dalle 17: meditazione di Don Lorenzo Mazzetti di Pietralata della Fraternità Sacerdotale Familia Christi su S. Gianna Beretta Molla

ore 18: S. Messa


lunedì 30 ottobre 2017

L'Italia uccisa dai Catto-Comunisti, di Andrea Pasini

Prelevo questo post dal blog de "Il Giornale", "Avanti senza Paura" di Andrea Pasini che offre spunti interessanti

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Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto Il sistema per uccidere i popoli, recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.
Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.
In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a Il Primato Nazionale, dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.
L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron.

www.AndreaPasini.it www.IlGiornale.it

Si riapre...


Dopo una pausa in parte forzata da vari eventi,
eccoci a riscrivere, dare qualche notizia o segnalare passaggi.


    (nell'immagine, "La Fruttivendola" di Vincenzo Campi, 1580 circa, Pinacoteca di Brera, Milano)

sabato 27 maggio 2017

I martiri egiziani del 26 marzo 2017



Avrebbero potuto salvarsi.
Sarebbe bastato solamente rinnegare Cristo e convertirsi all'Islam.
Nessuno di loro l'ha fatto.
E così ne hanno ammazzati 35, tra cui due bimbi di pochi anni.



La statura di questi martiri è incommensurabilmente elevata per un Occidente che, trito ed indifferente, riporta la notizia, l'ennesima di questo genere, e balbetta imbelle due frasi di circostanza, senza mai chiamare le cose con il loro nome, pronto a trasalire se qualcuno osa farlo.
Essi appartengono ad un orizzonte perduto alla luce del quale la nostra miseria non ha neppure più la dignità di arrossire.



 Requiem aeternam dona eis Domine,
et lux perpetua luceat eis,
requiescant in pace.
Amen.

venerdì 19 maggio 2017

Sui fatti prossimi venturi di Reggio Emilia


Deo gratias, è successo!
Saranno state le preghiere dei vivi e dei morti, il livello di silente sopportazione che ha tracimato per troppa compressione, un'ispirazione virile e dignitosa che ha rotto gli indugi, ed ecco qui, i cattolici escono dalla dimensione privata per calcare lo spazio pubblico con le armi loro proprie, preghiere, processioni, atti di riparazione, come da secoli e secoli sono soliti fare (ultimi anni esclusi, complici un insieme di fattori di cui ben si ha tristemente contezza).

Breviter: Reggio Emilia, la cui rossa pigmentazione, sopravvivendo coriacea ad ogni partitico
lavaggio, ha intriso irrimediabilmente ogni fibra della città, è stata eletta dagli Arci gay della regione come locus amoenus in cui sabato 3 giugno p.v. sfilerà l'omo orgoglio, premio per essere stata il primo italico Comune ad aver celebrato un'unione civile tra persone dello stesso sesso. E fin qui, oramai, nulla di nuovo. Ma, un bel momento, a turbare gli appisolati ed indifferenti animi, salta fuori dal nulla uno sconosciuto Comitato "Beata Giovanna Scopelli", che osa cattolicamente dissentire pubblicamente ed addirittura arriva a farsi promotore di una processione di preghiera in riparazione all'offesa che la sfilata di rosee piume di struzzo corredate di lustrini, frustini e chincaglierie sadomaso varie, ostentate come la punta di diamante del progresso civico, di giustizia ed uguaglianza sociale raggiunto dall'Occidente, oggettivamente arreca a Nostro Signore Salvatore Gesù Cristo. 




Apriti cielo!
 Tutti, ma proprio tutti, dagli anarchici e dalle varie sigle LGBT, passando per il PD ed il M5s, finendo alla locale Chiesa che si fregia dell'attributo di cattolica, sono caduti con un tonfo sordo giù dal pero e, scandalizzati, una voce, hanno baccagliato twittando, comunicando ufficialmente, faceboocando il loro sconcertoso, sgomentoso anatema contro questi folli oscurantisti pieni zeppi di odio - mentre loro sì che sono tutti un pasticcino ripieno di amore e bontà - sbucati all'improvviso da un incunabolo dimenticato del tristo Medioevo, che ardiscono uscire dalle loro tane, dal crepuscolo delle chiese per sfilare sulla pubblica via, che però è roba loro, recitando, - o, quale insopportabile violenza!- Ave Marie e Pater Nostri, per mitigare il bruciore delle piaghe che continuamente vengono da noi umani riaperte al Redentore.

Ed ecco il carosello di giornalini e giornaloni, che ci informano compiutamente di ogni indignata protesta e dissociazione.
In pole position, a titolo di florilegio, il tweet dell'assessore Piddino che proclama, con un sunto di squisita superficialità e qualunquismo, che "noi abbiamo l'amore, loro l'odio", in manifesto odio non solo alla lingua italiana, quindi al significato delle parole, ma anche alla più elementare onestà intellettuale.

Giunge poi l'inevitabile turno della Diocesi, che si smarca trincerandosi dietro ad un laconico ufficiale "non so" e ad un' ufficiosa presa di posizione tramite intervista rilasciata dalla Gazzetta di Reggio al responsabile per la Pastorale Giovanile, don Goccini, il quale, lui sì immensamente presuntuoso, distribuisce patenti di cattolicità e presunzione a sua discrezione, scientemente manipolando il fatto che il pregare per i peccati altrui è un amorevole dono che la vera misericordia divina ha concesso ai cristiani, e, soprattutto, declinando con perfetta modernità la Dottrina e la Tradizione allo Zeitgeist del momento.
Vuoi mettere il piacere alla gente che piace con la gogna della fedeltà al Verbo di Cristo? D'altronde, Lui è così buono e misericordioso che perdonerà, senza tema, tutto, anche il tradimento dei pastori del suo gregge, quella ripugnante zona grigia del cerchiobottismo così à la page, tanto poi non è mica vero che i tiepidi verranno vomitati dalla sua bocca: quello è retaggio dei tempi in cui la Chiesa, cattivona, giudicava.

E' esattamente e nient'altro che questo uscire fuori dalla dimensione privata, questa volontà di professare coram populo l'immutabile Verità della nostra Fede che tanto ha scandalizzato ed infastidito il bel mondo e ne ha provocato l'unanime levata di scudi e la stizzosa reazione.

Finchè queste quattro cariatidi di cattolici cosiddetti tradizionalisti se ne stanno curvi sugli
inginocchiatoi delle panche a sgranare Rosari, confinati nel recinto della dimensione privata, facciano pure: oibò, noi siam figli di Voltaire e dei suoi Lumi, liberali e tolleranti. Ma guai se mettono un piede fuori dalla riserva, guai se intonano per le vie un canto che stona nel coro belante "mi piace", guai e guerra a loro, con ogni mezzo, senza quartiere, con calunnie, demonizzazioni, dileggi, linciaggi e quant'altro, se si provano a porsi come interlocutori pubblici, a pronunciare parole chiare e nette, che
non vogliamo sentire, che non possiamo permettere che altri ascoltino.


E' buon segno questo livore collettivo contro la processione. Esso ci dice che si imbocca la strada buona, quella che tanto rode e fa infuriare il principe del mondo, che di Regalità Sociale di Nostro Signore non può proprio sentir parlare.

Avanti dunque, senza paura, con l'orgoglio e la fierezza della nostra testimonianza, consapevoli degli sputi, forse neppure tanto metaforici, che ci attendono ed a cui risponderemo ricordando queste parole:
"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5 11-12)

A rivederci a Reggio!








giovedì 11 maggio 2017

20/05/2017 - 28/05/2017 La Madonna di S. Luca scende in città (Bologna)

20/05/2017 - 28/05/2017

L’abbraccio dei bolognesi alla Madonna di S.Luca

 


Ogni anno a Maggio la Sacra Immagine della “Madonna di San Luca” scende in Città, alla Cattedrale di S. Pietro.

 

al LINK un PDF del programma dettagliato

 

In particolare segnaliamo in S. Pietro Sabato 27 Maggio alle ore 12 

la S. Messa nella forma Straordinaria del Rito Romano


mercoledì 19 aprile 2017

Per Sua Santità Benedetto XVI

Il 16 aprile 2017, oltre ad essere la Pasqua di resurrezione di Nostro Signore, ricorreva anche il novantesimo compleanno di Sua Santità papa Benedetto XVI.
Riportiamo un articolo in cui lo scrittore e giornalista Marcello Veneziani traccia un ritratto del pensatore tanto umile quanto colto che ha tentato di far rinsavire l'Occidente, del pastore saggio e lungimirante che ha lasciato doni inestimabili al suo gregge, del Papa più avversato ed incompreso dal post concilio.

Senza entrare nel merito della sua famigerata rinuncia, ferita che ancora non si rimargina, qui si vuole solamente tributargli un omaggio, ricordarne l'operato ed augurargli buon compleanno.

Auguri, Santità, ad multos annos! 





RATZINGER, IL PAPA CHE SI RITIRO'

Sembra un'eternità, ma sono passati solo quattro anni dalla rinuncia di Benedetto XVI al papato. Ora Papa Emerito, Joseph Ratzinger oggi compie novant'anni.

Quando fu eletto apparve come il Papa della continuità, non solo rispetto a Woytila, ma alla tradizione cattolica. La sua elezione rispecchiava la centralità tedesca nell'Europa unita. Sul piano pastorale, l'avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada ed una sfida: affrontare il nichilismo e l'ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l'Europa cristiana.

Una specie di kulturkampf , di battaglia culturale, con un Papa intellettuale a guidare la sfida. ma la sordità dell'Europa, i pregiudizi verso la Chiesa ed il Papa tradizionalista, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici che lo travolsero, le fake news, o meglio le maldicenze contro di lui, l'inimicizia dei poteri che contano, portarono Ratzinger alla disfatta.

La Chiesa allora preferì puntare al cuore anzichè sulla testa e ripartire dalle periferie del mondo, a sud, anzichè dall'epicentro della crisi, a nord. Con Francesco, il papulista, è nata la parrocchia globale e l'interclub (rotariano) delle religioni, con una spiccata predilezione verso gli islamici, anche migranti.

Se Francesco, con la sua accorta semplicità, è più vicino alla folla ed ai popoli lontani, Ratzinger, Papa a latere nel suo ritiro monastico, è più vicino alla solitudine spirituale degli europei. Il Papa sconfitto dal suo tempo ne riflette il tormento e la crisi.

Resta il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s'incrociano, ingenerando smarrimento ottico e pastorale. E resta lo choc di un Santo Padre che si dimise dal suo ruolo paterno, abdicò alla missione pastorale. spezzando il filo della Tradizione. Ma se la Provvidenza a volte muta le sventure in grazia, un Papa dimesso, in disparte, fuori dai riflettori, può farsi testimone e consorte delle solitudini diffuse.

Si avvertiva nella voce di Ratzinger l'affanno dei secoli e, nei suoi occhi che evitavano di incrociare lo sguardo del mondo, sembrava celarsi un segreto. Forse la percezione della catastrofe spirituale del nostro tempo, lo spettacolo di un'abissale sordità alla missione religiosa ed alla prospettiva della fede.

Nel suo invecchiare si rifletteva la tremenda vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese deserte, vocazioni calanti, sacerdoti che vacillano nella fede. Il cinismo che cresce. Quanto ha pesato l'impossibilità di fronteggiare il deserto che avanza nell'eutanasia del papato?

Le sue dimissioni pronunciate in latino sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie ed indelebili.

Da un verso Ratzinger fu un rigoroso difensore della fede e della dottrina contro la dittatura del relativismo; ma dall'altro c'era in lui il tormento del filosofo che si confronta con l'ateismo e riapre i conti con Nietzsche, Heiddegger ed il pensiero contemporaneo.

Lui che è stato strenuo difensore della Tradizione, lui che il filosofo cattolico Del Noce definiva "il più alto esempio di cultura di destra"; proprio lui si è affacciato nelle terre incognite dell'ateismo più do ogni altro Papa.

Arrivò a dire che un inquieto ricercatore privo di fede è più vicino a Dio di un devoto per routine, così sconfessando millenni di fede tramandata e milioni di fedeli per consuetudine. Si spinse poi a dire che la verità non abita dentro di noi, nessuno la possiede; ma la verità possiede noi, noi siamo dentro la verità. E dunque nessuno detiene il monopolio della verità e può disporre in suo nome.

A ben vedere, è una rivoluzione rispetto alla fede insegnata nei millenni, ma anche rispetto a chi ritiene irraggiungibile la verità e non si accorge di essere invece dentro al suo raggio. Ratzinger fu lacerato dal conflitto tra fede ed inquietudine, tradizione e ricerca, poco compreso dal mondo.

Per la sua fragilità era più amabile del suo predecessore e del suo successore, ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della società senza padre in cui viviamo.

Non si dimenticano i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale, le sue pantofole rosse.

Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: sono un pensatore che regge le sorti del Pontificato. Aveva quel "non so che di angelico", come diceva Petrarca di Celestino V, il Papa che abdicò, "inesperto di cose umane".

Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi, occhieggiava all'umorismo degli angeli o si atteggiava ad un' affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa, interprete del Papa Re nel Marchese del Grillo.

Di tutte le sue lezioni teologiche ci resta impressa la più puerile. Fu a Milano, qualcuno gli chiese come s'immaginava il Paradiso. Liberandosi mentalmente della mitria, il Papa disse che lui il Paradiso lo figurava come un ritorno all'infanzia, con suo padre e sua madre.

Una confessione proustiana, tenera ed universale, che sfugge al rigore della dottrina ed alla fede, parte dal cuore e arriva dritta al cuore di ognuno. Gli unici paradisi intravisti in terra sono i paradisi perduti.

Ratzinger è apparso come il Papa di transito tra due pontefici di alta popolarità e forte efficacia mediatica. Quanto poi questo giovi alla fede ed alla religione lo sa solo Dio.

Si riscontrano solo cali di vocazioni, chiese deserte, nessuna conversione.

Comunque sia, Auguri Santità!