sabato 18 febbraio 2017

Roma Tre, 17/02/2017: in morte della Storia

Tralasciamo tutto il resto, ovvero il non aver mai nominato neppure lontanamente Nostro Signore, o
l'averci propinato il solito stantio armamentario ideologico, la lettura squisitamente socio-politica, l'appiattimento su di una dimensione umana, troppo umana, che avrebbe potuto appartenere ad un qualsiasi personaggio politico dell'area dem/prog del globo (il che ci fa capire come mai Sua Santità Benedetto XVI che pronuncia un discorso alla Sapienza era un' intollerabile intrusione clericale in una laica istituzione, mentre il Vescovo di Roma argentino è stato accolto con tutti gli onori, selfie, tripudi, bagni di folla, osanna, deliqui e applausi vari).

Tralasciamo.

 Non è della trave che vorrei parlare, in quanto credo sia peggio che inutile l'ammorbare il tempo mio e dei lettori con analisi circa la natura del legno di cui è composta, la sua origine, struttura, composizione, caratteristiche e peculiarità: ne abbiamo tutti oramai abbastanza contezza e ci sono già autorevolissimi conoscitori presso i quali colmare le eventuali lacune.

 Vorrei puntare il dito, invece, sull'apparente pagliuzza della Storia.

Se è vero che il contenitore dentro il quale tutti ci muoviamo si presta, al netto delle pretese di obiettiva scientificità, ad interpretazioni e che in genere esso viene codificato e trascritto dai cosiddetti vincitori, e si aggiunga pure che mediamente impera un'abissale ignoranza circa i suoi contenuti, ciò non toglie che ieri, all'Università Roma Tre, tra una grigia ovvietà ed un' opaca banalità, perfino l'Onestà Intellettuale, che pure è generalmente di stomaco buono e resistente, davanti a tanto abuso strumentale e doloso del passato, si sia resa irreperibile.

 Non si possono e non si devono con disinvolta noncuranza trasformare cruente, tragiche, drammatiche invasioni che hanno spazzato via da un terzo a metà della popolazione complessiva dell' Europa, con tutto il loro immaginabile codazzo di stupri, devastazioni, saccheggi, epidemie, carestie, guerre in stimolanti sfide o briose opportunità. Cosa pensiamo direbbe in proposito un contadino mantovano del VI secolo che ha vissuto la calata dei Longobardi o un pescatore siciliano che, quattro secoli dopo, avvista la nave saracena avvicinarsi alla costa? 
  
Popolo in fuga da invasioni barbariche, manoscritto bizantino, V sec.

 Non si può e non si deve impunemente sostenere che il nostro continente sia il frutto di indistinti mescolamenti culturali, come se si fossero sommati semplicemente stratificandosi gli uni sugli altri, senza precisare che l'assimilazione, il conseguente arricchimento ed in definitiva la nostra civiltà è stata resa possibile dal fatto che c'era qualcuno che, libero dalla funesta superstizione del politicamente corretto, ha insegnato il lessico del mondo classico  ai popoli barbari e conquistatori, e che, soprattutto, lungi dal considerare il proselitismo una solenne sciocchezza, li ha convertiti al cristianesimo.

La Storia, con tutto il suo carico di dolore, i suoi morti ammazzati dalle opportunità venute dall'esterno, meriterebbe un pò più di rispetto, se non altro perchè, al netto delle favole con cui i signori del mondo ci martellano senza posa, essendo "magistra vitae", avrebbe ben molto da insegnare.

Ma se "lor signori", per sordidi e immondi interessi, hanno tutto da guadagnare, al momento, nel silenziare la lezione che giunge dai secoli che furono, cerchiamo almeno noi, che siamo, ora come allora, la carne da macello, gli anonimi, gli umili di manzoniana memoria, la massa informe che si tenta di turlupinare, di imparare la morale che un passato per tanti aspetti così simile al presente ci sta chiaramente mostrando.
Ne va non solo di noi in prima persona, ma anche dei nostri figli, di coloro che verranno dopo di loro, e di tutti quelli che sono già venuti.

Se siamo uomini degni di questa definizione, è nostro preciso ed irrinunciabile dovere.

venerdì 17 febbraio 2017

Lc 7, 36-50

 

 

Luca 7,36-50

36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
39 A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di' pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

martedì 14 febbraio 2017

L'acqua Viva




Giovanni 4, 5-30

5 Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno.  
7 Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. 9 Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». 
I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose:  

«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:   "Dammi da bere!"  , tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».  

11 Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?».  

13 Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 
14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».  

15 «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».

16 Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». 
17 Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; 18 infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».  

19 Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».  

21 Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma è giunto il momento, ed è questo,  

in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».  


25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». 26 Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».

27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». 28 La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». 30 Uscirono allora dalla città e andavano da lui.

venerdì 10 febbraio 2017

Preghiera dello studente del Doctor Angelicus




Ho trovato, scartabellando negli anfratti impolverati di casa, questa perla.
L'ha scritta circa ottocento anni or sono uno degli studenti e poi professori più geniali della storia, a cui siamo e saremo sempre in sostanziale debito, e non solo come cristiani.
La condivido con voi.
Chissà che non venga utile a qualche studente contemporaneo, che, forse, è già grasso che cola se di San Tommaso d'Aquino ha udito il nome o poco più.



Ineffabile Creatore,
dai tesori della Tua sapienza
traesti le tre gerarchie degli Angeli
ed in ordine mirabile le collocasti nel cielo
e con splendida armonia disponesti le parti dell'universo.


Tu sei la vera sorgente della luce e della sapienza
ed il principio dal quale tutto dipende.


Degnati di infondere nella mia oscura intelligenza
un raggio del Tuo splendore

che allontani da me le tenebre del peccato e dell'ignoranza.

Tu che sciogli e fai parlare la lingua dei bimbi,

ingentilisci la mia parola e dà alle mie labbra
la grazia della Tua benedizione.

Dammi acutezza per intendere,

capacità per ritenere,
misura e facilità d'imparare,
penetrazione di ciò che leggo,
grazia di parola.

Dammi forza per incominciare bene il mio studio;
guidami lungo il corso della mia fatica;

dammi felice compimento.

Tu che sei vero Dio e vero uomo,
Gesù mio Salvatore, che vivi e regni per sempre.


Amen.





lunedì 6 febbraio 2017

Tradizione, Reazione, Recriminazione, Fedeltà e Santificazione



Propongo stavolta l'Editoriale di Radicati nella Fede che mette in luce un problema che ho spesso avvertito fino al limite della sopportazione.

La fede cattolica, vissuta nel mondo tradizionale, potrà mai esaurirsi solo nella polemica contro l'attuale corso disperante della cattolicità modernista?

Il problema naturalmente c'è,
ma il vero credente deve essere fedele a ciò che di vero, di eterno, di assoluto c'è in Dio,
e non perdersi troppo in chiacchiere se divengono fine a se stesse.

Si fa professione di fede,  non professione di polemica se quest'ultima, anche quando giusta e circostanziata, diventa l'unica professione. 

Va distinto e anche puntualizzato ciò che è giusto da ciò che è sbagliato ed ereticale, ma Dio continua a chiedere la santificazione e adoratori in spirito e in verità.

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Gli anni passano, e passano veloci e chi vive di recriminazioni resta senza nulla in mano.

Questo è vero per ogni cosa della nostra vita umana, ma è vero e forse ancora di più per la vita di fede, per la vita soprannaturale, la vita di grazia.

Non è vero per un motivo moralistico, perché recriminare non è bene, non è bello; ma è vero per un motivo strutturale, cioè morale: la vita di grazia non può stare con la recriminazione, con il continuo lamento.

Con questo non vogliamo dire che non si debba reagire al male e alla crisi: questo foglio di collegamento è nato come reazione anche; per essere uomini di Dio occorre essere anche uomini di reazione, occorre reagire; ma la reazione, quella vera, è di natura diversa dalla recriminazione.

La reazione parte dal positivo di una vita che si pone; la reazione difende un positivo che c’è già.
La recriminazione, che non è reazione, parte dalla rabbia di chi aspetta da altri la soluzione dei propri problemi. La recriminazione parte da un vuoto terribile.

Anche tra noi, nel mondo della Tradizione per intenderci, passa questa linea di demarcazione tra reazione e recriminazione.

Chi, in questi anni, ha fatto la Tradizione, vive in pace e continua a fare un gran bene alla propria anima e alla Chiesa tutta.
 
Chi, invece, in questo lavoro non è mai partito, per timidità, per prudenza umana o peggio per calcolo meschinamente umano, oggi vive di rabbia, colpevolizzando il sistema per i propri passi non fatti.

Invece occorre avere una posizione morale veramente equilibrata, cioè cattolica.

Ed è equilibrata, cioè vera, la posizione morale che non dimentica nessuno dei fattori in gioco nell’azione umana. Se dimentichi un fattore, diventi di fatto eretico, perché l’eresia è di per sé uno squilibrio, una sottolineatura indebita.

La vita cristiana è vita soprannaturale, è vita di grazia, ma la grazia non annulla la tua libertà, anzi chiede che la tua libertà si metta in gioco: tu devi corrispondere alla grazia di Dio dentro un’azione reale, e non solo cerebrale. 
 
In una parola semplice, la grazia di Dio ti dà la capacità di operare il bene, tu poi devi operare il bene che Dio ti dà la possibilità di riconoscere e operare.
 
Negare uno dei due fattori sarebbe squilibrare il disegno di Dio, sarebbe uscire dalla realtà.

Non siamo Protestanti, sottolineando la grazia di Dio e basta: fanno così quei tradizionali che guardano al valore della Tradizione, e questo è giusto, ma che poi, fermandosi alla pura contemplazione, non agiscono di conseguenza. 
 
Non operano scelte concrete, che sono costose, perché la Tradizione diventi una vita reale per loro.

Eh sì! perché se è vero che nella vita personale non si può sottolineare unicamente la Grazia di Dio che salva, dimenticando che da parte nostra deve corrispondere alla Grazia un’azione positiva reale – non ci si salva senza le opere, come ci ricorda san Giacomo nella sua lettera e come ribadisce tutta la Rivelazione e la Tradizione della Chiesa contro la pretesa protestante del sola gratia - se è vero questo per la vita personale, lo è altrettanto per la vita della Chiesa tutta, nel suo aspetto pubblico e sociale; e questo è vero anche per il ritorno della Chiesa alla sua salvifica Tradizione: che senso avrebbe essere giustamente anti-protestanti e poi attendere che la riforma anti-modernista della Chiesa piova dal cielo senza che tu abbia fatto nulla? 
 
E il fare non consiste in un recriminare o in un parlare della Tradizione, ma consiste nel porre opere concrete perché la Tradizione viva: prima tra tutte nel celebrare nel vetus ordo e nell’assistere alla Messa di sempre.

Non siamo nemmeno Liberali, pensando che la grazia possa agire in noi senza limitare le nostre libertà personali (nei liberali le libertà personali prevalgono sempre sulle scelte definitive): che senso avrebbe, anche qui, volere la Tradizione nella Chiesa e non decidersi nell’operare concretamente a favore di essa al fine di restare liberi nei movimenti personali? Quanti “tradizionalisti” rischiano di fare così!

Siamo cattolici: ci salviamo se corrispondiamo alla grazia, concretamente, se facciamo il bene, non se lo guardiamo da lontano.

Così siamo Tradizionali, cioè Cattolici secondo l’assioma di Pio X, se facciamo la Tradizione concretamente, fino in fondo, espletando tutte le possibilità concrete che ci sono date, fino al sacrificio di noi stessi; non lo siamo, invece, se ci limitiamo a commentare da lontano la situazione disastrosa della Chiesa, anche se lo facciamo secondo idee tradizionali.

La fede senza le opere è morta, sempre, anche nella Tradizione... sia questo il richiamo che segni il nostro passo.

domenica 5 febbraio 2017

S. Agostino "Tardi t'amai"




Tardi t'amai, bellezza infinita,
tardi t'amai, tardi t'amai,
bellezza così antica e così nuova.

1. Eppure, Signore,
tu eri dentro me,
ma io ero fuori;
deforme com'ero,
guardavo la bellezza del tuo creato.

Tardi t'amai, bellezza infinita,
tardi t'amai, tardi t'amai,
bellezza così antica e così nuova.

2. Eri con me,
e invece io, Signore,
non ero con Te;
le tue creature mi tenevano lontano,
lontano da Te.

Tardi t'amai, bellezza infinita,
tardi t'amai, tardi t'amai,
bellezza così antica e così nuova.

3. Tu mi chiamasti,
e la Tua voce
squarciò la mia sordità;
Tu balenasti
e fu dissipata
la mia cecità.

Tardi t'amai, bellezza infinita,
tardi t'amai, tardi t'amai,
bellezza così antica e così nuova.

4. Tu esalasti
il dolce Tuo profumo
ed ho fame e sete di Te;
mi hai toccato:
ecco ora io anelo
alla Tua pace.

Tardi t'amai, bellezza infinita,
tardi t'amai, tardi t'amai,
bellezza così antica e così nuova.


(SANT’AGOSTINO, Le Confessioni, X, 27)

S.Agostino e S.Monica
nel pensiero di Benedetto XVI
[Angelus del 27 agosto 2006]

"Tutta l'esistenza di Agostino fu un’appassionata ricerca della verità. Alla fine, non senza un lungo tormento interiore, scoprì in Cristo il senso ultimo e pieno della propria vita e dell’intera storia umana.
Nell’adolescenza, attratto dalla bellezza terrena, "si gettò" su di essa – come egli stesso confida (cfr Confessioni 10,27-38) – in maniera egoistica e possessiva, con comportamenti che crearono non poco dolore alla sua pia madre. Ma attraverso un percorso faticoso, grazie anche alle preghiere di lei, Agostino si aprì sempre più alla pienezza della verità e dell’amore.

Egli rimarrà così modello del cammino verso Dio, suprema Verità e sommo Bene. "Tardi ti ho amato – egli scrive nel noto libro delle Confessioni –, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ecco: tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo ... Eri con me e io non ero con te … Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità"..

Ottenga sant’Agostino il dono di un sincero e profondo incontro con Cristo a tutti quei giovani che, assetati di felicità, la cercano percorrendo sentieri sbagliati e si perdono in vicoli ciechi.


sabato 4 febbraio 2017

Il sacro silenzio nella celebrazione liturgica





Il sacro silenzio nella celebrazione liturgica


«Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa… il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo» (cf. Sap 18,14-15). 

Così un’antifona nell’ottava del Natale ricorda, con straordinaria libertà, come nella notte dell’Esodo sia avvenuta la liberazione dell’uomo e l’affrancamento dal peccato. 
Per riconoscerlo presente nel mondo, anzi nell’opera pubblica che è la liturgia – sacra proprio a motivo della Presenza – è necessario «silere», cioè tacere. Bisogna tacere per ascoltare, come all’inizio di un concerto, altrimenti il culto, ossia la relazione coltivata, profonda con Dio, non può incominciare, non si può «celebrare» Lui.
Ciò è indispensabile per pregare: «Entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,6). 

La camera è l’anima, ma anche il tempio, dicono i Padri. Quale segreto può essere mantenuto senza silenzio? Il segreto della coscienza in cui si può udire la voce di Dio, nella notte silenziosa come per Samuele. 

Ci vuole silenzio perché Dio possa parlare e noi ascoltarlo. Per questo andiamo in chiesa, per celebrare il culto divino, sacro perché scende dal silenzio eterno nel tempo così rumoroso, per placarlo e orientarlo all’Eterno. 

Non c’è dubbio che la posizione frontale del sacerdote all’altare verso il popolo induca alla distrazione lui e i fedeli, disorientando la direzione della preghiera: imitiamo il Santo Padre che guarda al Crocifisso. 

Il silenzio va recuperato, limitando al minimo le parole da parte di chi deve dare indicazioni preparatorie alla celebrazione. I sacerdoti, le religiose addette al servizio, i ministri limitino parole e movimenti, perché sono alla presenza di Colui che è la Parola. 

Questo silenzio è chiesto all’inizio della Santa Messa per l’esame di coscienza, pur breve, onde riconoscere i nostri peccati «prima di celebrare i Santi Misteri».

Dopo l’invito a pregare con l’Oremus, il sacerdote si raccoglie in silenzio, per pregare e per dare il tempo ai fedeli di fare altrettanto e unire così la propria intenzione a quell’orazione che il sacerdote pronuncerà «raccogliendo» – perciò si chiama orazione «colletta» – e presentandola al Signore. Con questa orazione, comincia nella Messa la funzione sacerdotale di mediazione tra il popolo santo e il Signore.

Dalla preghiera a Dio si passa all’ascolto di Dio. Il Sinodo sulla Parola di Dio non ha trascurato di insistere sul silenzio come spazio privilegiato per riceverla. I misteri di Cristo – il Papa lo ricorda nell’Esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini – sono legati al silenzio, come dicono i Padri della Chiesa. Così, più che moltiplicare gli incontri biblici, bisogna aver «realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola» (n. 73). La liturgia della Parola è tale perché avviene nel silenzio sacro.

L’Ordo Missae suggerisce, a questo punto, che vi sia stata o no l’omelia, ancora silenzio. Sembra un esercizio «all’incontro spoglio, silenzioso, austero… al colloquio spontaneo, lieto, adorante con la divina Maestà, come trascinati nella scia della preghiera stessa di Cristo» (Paolo VI, Discorso agli Abati della Confederazione Benedettina, 30 Settembre 1970, n. 3). 

È un invito ai monaci: ma ogni cristiano deve essere in qualche misura monaco, cioè abitare da solo col Signore. La liturgia sacra abilita a questo. 
La Regola benedettina esorta il monaco a far sì che la sua mente sia in armonia con la voce (cf. 19,7): «Sembra una cosa semplicissima, diremmo naturale – sottolinea ancora Paolo VI – ma l’avere questa armonia interna tra la voce e la mente, è una delle cose più difficili» (Discorso agli Abati, cit.). 
Proprio la dinamica del rapporto tra Dio che parla e il fedele che ascolta e risponde con il salmo o la preghiera – secondo la classica tripartizione conservatasi nella settimana santa: lettura, responsorio, orazione – costituisce l’esercizio necessario, la ruminatio dei Padri, per assimilare e far sì che voce e mente si armonizzino. 

Questo è particolarmente utile in vista dell’offerta di sé, dei nostri corpi in sacrificio spirituale «come culto secondo la ragione», che per questo «rinnova la mente» al fine di distinguere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cf. Rm 12,1-2). 


Il rinnovamento della mente è il giudizio secondo Dio e non secondo il mondo. La liturgia deve favorire la conversione dalla mentalità mondana e carnale, che tende sempre ad infeudare chierici e laici. Rinnovare la mente significa guardare la realtà e non inseguire le proprie idee – l’ideologia –, perché Egli fa nuove tutte le cose.

Il silenzio può riaffiorare all’offertorio, ove non è necessario né obbligatorio che le formule previste di offerta siano dette ad alta voce. Si potrebbe poi suggerire che, in futuro, la Preghiera Eucaristica, anche nella Messa di Paolo VI, possa essere recitata submissa voce, quasi in silenzio, per favorire il raccoglimento: come si faceva e si continua a fare nella celebrazione in «forma straordinaria». 

È sempre necessario sentire parole così arcane, in specie quelle della consacrazione? Se il sacerdote abbassasse il tono della voce, non reciterebbe, ma pregherebbe davvero lui e favorirebbe il raccoglimento e l’unione dei fedeli alla sua preghiera di mediazione sacerdotale. Analogo silenzio è raccomandato specialmente al ringraziamento dopo la Comunione. 

Ma, al di là dei momenti specifici, è tutta la liturgia, anzi la chiesa stessa come spazio sacro, che necessita di recuperare il clima di silenzio. Tale esigenza portava a preordinare spazi di raccordo come narteci e atrii per passare dall’esterno all’interno, dalla dispersione al raccoglimento. 

Non servirebbe anche ai nostri giorni? «La capacità di interiorità, una maggiore apertura dello spirito, uno stile di vita che sappia sottrarsi a quanto è chiassoso e invadente, devono tornare ad apparirci mete da annoverare tra le nostre priorità. 
In Paolo troviamo l’esortazione a rafforzarsi nell’uomo interiore (Ef 3,16). Siamo onesti: oggi v’è una ipertrofia dell’uomo esteriore e un indebolimento preoccupante della sua energia interiore» 

(J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 167).