giovedì 30 novembre 2017

I cristiani e gli animali. Le storie. I

San Giovanni Bosco ed il Grigio

Nella storia bimillenaria del Cristianesimo non è raro incontrare animali che, oltre ad essere dono prezioso del buon Dio perché utili nelle più svariate attività umane e mezzo di sostentamento, si fanno veri e propri strumenti della Sua volontà  e protettori dei Suoi servi.

Data la mia innata propensione per le creature non umane pensate, volute ed amate dal Creatore, ho pensato di condividere con voi alcune delle storie, più o meno note, che le vedono coprotagoniste e che sono al limite dell'incredibile, non fosse per lo "zampino" di Colui che vi si cela dietro.



Eccovi la prima, dal sapore delicato della favola, raccontata per bocca di San Giovanni Bosco stesso, che durante la sua vita fu oggetto di svariati assalti ed il cui Angelo custode ha forse deciso di prendere le sembianze di un lupo grigio dall'aspetto severo.


Dal momento che circolavano molte voci, racconti che sfioravano il fantastico circa il Grigio, il misterioso cane lupo che appariva e spariva senza che nessuno avesse mai capito da dove venisse e dove andasse durante i suoi eclissamenti, don  Bosco decise di fugare dicerie e leggende varie raccontando direttamente ai suoi ciò che corrispondeva a realtà riguardo ad esso.

" Il Grigio fu argomento di molte conversazioni ed ipotesi varie. Molti di voi lo han visto ed anche accarezzato. Lasciando da parte le storie straordinarie che di lui si raccontano, vi esporrò la pura verità.

A causa di frequenti attentati di cui ero bersaglio, fui consigliato di non andare in giro da solo quando andavo in città o tornavo indietro.
In un pomeriggio buio, tornavo a casa con una certa paura, quando vidi al mio fianco un enorme cane che a prima vista mi impaurì; siccome però mi faceva festa come se io fossi il suo padrone, avemmo da subito una buona relazione e lui mi accompagnò fino all'Oratorio.
Ciò che accadde quel pomeriggio si ripeté molte volte, di modo che io posso ben dire che il Grigio mi prestò importanti servizi.


Ve ne racconto alcuni.


A fine novembre del 1854, in un pomeriggio scuro e piovoso, tornavo dalla città per la via della Donsolata.
Ad un certo punto, notai due uomini che camminavano a poca distanza davanti a me. Acceleravano o diminuivano il passo ogni volta che io acceleravo o diminuivo il mio. Quando, per non incontrarmi con loro, tentai di passare dal lato opposto, essi, con grande abilità, si collocarono davanti a me. Volli girare sui miei passi, ma non ci fu tempo: facendo due salti indietro, mi gettarono una mantello sulla testa. Uno di loro riuscì ad imbavagliarmi con un fazzoletto. Volevo gridare, ma

non lo potevo fare. In quel preciso momento apparve il Grigio. Ringhiando come un orso, si lanciò
con le zampe contro il viso di uno, con la bocca spalancata contro l'altro, in maniera che conveniva loro di più avvolgere il cane che me.
"Chiama il cane!", gridavano spaventati.
"Lo chiamo, sì, ma lasciate i passanti in pace"
"Chiamalo subito!"
Il Grigio continuava a ringhiare come un orso inferocito. essi ripresero il loro cammino ed il Grigio, sempre al mio lato, mi accompagnò. Feci ritorno all'Oratorio, ben scortato da lui.


Nelle notti in cui nessuno mi accompagnava, non appena passavo le ultime case, vedevo spuntare il Grigio da qualche lato della strada.


Molte volte i giovani dell'Oratorio lo videro entrare nel cortile. Alcuni volevano batterlo, altri tirargli pietre. "Non lo molestate: è il cane di don Bosco!", diceva loro Giuseppe. Allora tutti si misero ad accarezzarlo ed a seguirlo fino al refettorio, dove io stavo cenando con alcuni chierici, padri e mia madre. Davanti a tanta inaspettata visita, rimasero tutti intimoriti. "Non abbiate paura, è il mio Grigio, lasciate che venga", dissi io. Facendo un gran giro attorno al tavolo, venne accanto a me, facendomi festa. Anch'io lo accarezzai e gli offrii zuppa, pane e carne, ma lui rifiutò. Anzi: neppure annusò il cibo. Continuando allora a dare segnali di soddisfazione, appoggiò la testa sulle mie ginocchia, come volesse parlarmi o darmi la buonanotte; in seguito, con grande entusiasmo ed allegria, i bambini lo accompagnarono fuori.


L'ultima volta che vidi il Grigio fu nel 1866, quando andavo da Murialdo a Mancucco, a casa di Luigi Moglia, un mio amico. Il parroco di Buttigliera volle accompagnarmi per un tratto di strada e ciò fece sì che il buio mi sorprese nel mezzo del cammino. "Oh, se avessi qui il mio Grigio, che buona cosa sarebbe!", pensai. In quel momento il Grigio giunse correndo nella mia direzione, con grandi manifestazioni di allegria e mi accompagnò per il tratto di strada che ancora dovevo percorrere, circa tre chilometri.
Giunto a casa dell'amico, conversai con tutta la famiglia ed andammo a cenare, rimanendo il mio compagno a riposare in un angolo della sala. Terminato il pasto, l'amico mi disse: "Andiamo a dare da mangiare al tuo cane". E, prendendo un pò di cibo, lo portò al Grigio, ma non riuscì a trovarlo, malgrado avesse guardato bene in tutti gli angoli della sala e della casa. Tutti rimanemmo stupiti, perché nessuna porta, nessuna finestra era aperta ed i cani della casa non avevano dato nessun allarme. Cercammo il Grigio persino nelle camere di spora, ma nessuno lo trovò.

Fu questa l'ultima notizia che ebbi di lui. Mai più seppe del suo padrone.

So solo che questo animale fu per me una vera provvidenza nei molti pericoli in cui mi vidi coinvolto.

Per concludere, riporto un altro aneddoto degno di nota, che non è riportato direttamente dal Santo, ma che trova riscontro attraverso numerosi altri testimoni:

Una notte don Bosco doveva uscire.
 La madre, Margherita, voleva dissuaderlo dal farlo, poichè giudicava la situazione alquanto pericolosa, ma egli la tranquillizzò e, preso il cappello, si accinse ad andare fuori, accompagnato da alcuni ragazzini dell'Oratorio.

Giunti davanti al portone, trovarono il Grigio steso per terra. Disse allora il sacerdote: "Oh, tanto meglio, saremo ben accompagnati! Alzati, Grigio, vieni con noi!". Ma il cane, invece di ubbidire, stranamente ringhiò e non si mosse. Uno dei ragazzi, allora, gli diede un calcio col piede per vedere se riusciva a farlo alzare, ma  lui, cosa ancor più singolare nei confronti di un bambino, digrignò i denti minacciosamente. Margherita, che aveva assistito alla scena, disse: "Non hai voluto ascoltare me, dai retta almeno al  cane: non vedi che non vuole che tu esca?" Insospettito anch'egli dal comportamento così strano del Grigio, rinunciò ad uscire e rientrò in casa. Poco dopo, arrivò un vicino per avvertirlo che non uscisse, in quanto sapeva per certo che c'erano nei paraggi quattro individui armati decisi ad ucciderlo. Il fatto fu confermato anche da altre persone degne di fede.




Pittura che ritrae don Bosco, la madre margherita ed il Grigio, Casa madre dei Salesiani, Torino

mercoledì 22 novembre 2017

Perché il multiculturalismo uccide le identità (con dati)

"Perché il multiculturalismo uccide le identità (dati alla mano)"


"Il problema non è l’immigrazione in sé, né tantomeno i singoli immigrati. Il problema viene dalla loro somma, dalle dimensioni totali. L’attuale flusso immigratorio in Europa non ha, per dimensioni numeriche, precedenti nell’intera storia del continente.
Le più recenti ricerche genetiche suggeriscono che la maggior parte degli odierni europei discenda da coloro che vivevano in queste terre nell’Età della pietra. I barbari che millecinquecento anni fa distrussero l’Impero Romano e proiettarono il continente nel Medioevo erano appena il 5% della popolazione delle terre invase, e il loro afflusso diluito in oltre un secolo. Oggi, molte più persone stanno giungendo in molto meno tempo.


Secondo il prof. David Coleman di Oxford, i gruppi etnici non britannici, rappresentanti il 13% della popolazione del Regno Unito nel 2006, saranno il 43% nel 2056 e la maggioranza assoluta nel 2065. La demografa francese Michéle Tribalat stima che gli immigrati di prima o seconda generazione nel suo paese superino già il 20% della popolazione. Altrove ho calcolato, basandomi su dati e previsioni dell’Istat, che nel 2065 in Italia stranieri e cittadini di discendenza straniera supereranno il 40% della popolazione totale. Fino agli anni ’80, la percentuale di stranieri in Italia era trascurabile. Quello del 2001 è il primo censimento in cui hanno superato la quota del 1%. Per la fine di questo secolo, è probabile che gli italiani etnici saranno in minoranza in Italia.
Lasciamo pure la genetica da parte; ma con simili numeri è impossibile anche una semplice integrazione culturale. Non a caso, il modello ufficiale delle élites europee è il multiculturalismo.


Cosa significa “multiculturalismo“? Che le nazioni europee non saranno più europee né nazioni, ma solo amministrazioni territoriali contenenti molteplici comunità di differente cultura, tutte col medesimo status.  


Uno scenario libanese, ma con ancora più varietà culturale. In una simile società multiculturale, gli autoctoni europei dovranno negoziare con le altre comunità pure i loro valori e standard basilari. 
Per dirla con Christopher Caldwell, il multiculturalismo obbliga gli autoctoni a rinunciare a libertà ch’erano abituati a considerare come diritti."

Di Daniele Scalea, dal "Barbadillo"

martedì 21 novembre 2017

Francesco: Crollo dei fedeli a Messa. Dati Istat alla mano


"Papa Francesco, il risultato sconfortante: crollo dei fedeli a messa negli ultimi quattro anni

Fuga dalla Chiesa 


Si tratta di una vera e propria fuga dalla Chiesa: i dati Istat riportati dal Tempo rivelano che solo un italiano su quattro va a messa, mentre dieci anni fa era invece uno su tre. Un risultato tutt'altro che lusinghiero per Papa Francesco, che è Pontefice proprio da quattro anni. Gli italiani adulti risultano impegnati nella loro frenetica quotidianità, le percentuali dicono che solo il 27,5% della popolazione adulta frequenta luoghi di culto almeno una volta a settimana. I dati aumentano se invece si cambia fascia di riferimento: i fedeli più assidui sono sempre gli italiani in età della pensione (38,7%), accompagnati dai bambini fino ai 13 anni (48,1%). In età adulta si può parlare di un vero e proprio spopolamento della Chiesa: le donne sono le più devote e si attestano al 32,7%, al contrario i maschi sono i meno devoti attestandosi sul 22,1%; percentuale più bassa ma comunque rilevante è invece rappresentata da quanti non frequentano mai luoghi di culto, il 26,7%."

 

da  http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13282047/papa-francesco-messa-dati-istat-fuga-fedeli.html

 

 (n.d.r. : e se le predicazioni sono sulla differenziata, sui diritti dei migranti, sui diktat Onu, già uguali al PD e al governo ONU, sui peccati che in fondo non sono più condannati eccetto che quelli contro il globalismo, forse alcuni si domandano cosa andare a fare lì per risentire la stessa solfa senza nulla di mistico o spirituale ancora un'altra volta?)

Per il teologo anglicano Gerald McDermott "il papa non è cattolico"

A questo punto della débâcle Bergogliana, il fatto che Francesco rappresenti una minaccia per l'integrità della Fede è divenuto così evidente nel commento mainstream, che persino un teologo anglicano, scrivendo su First Things, ha lanciato l'allarme.
«Il papa è cattolico? Per almeno un secolo, questo è stato il modo in cui noi anglicani abbiamo scherzato su tutto ciò che sembrava fin troppo ovvio», scrive Gerald McDermott, titolare della cattedra di Teologia alla Beeson Divinity School. Ma continua: «Ora dobbiamo chiederci seriamente se il Papa non sia un protestante liberale».


McDermott cita numerosi esempi dello straripante torrente di eterodossia orale e scritta che Francesco ha generato negli ultimi quattro anni e mezzo. I lettori di Remnant hanno familiarità con ciascuno di essi, e non c'è bisogno di ricapitolarli qui. Come molti Cattolici preoccupati, McDermott si concentra sull'ultimo insulto che corona questo distruttivo pontificato: Amoris Laetitia e il suo incredibile tentativo di introdurre l'etica della situazione nella Teologia Morale cattolica.

McDermott nota che John Finnis, il famoso filosofo del diritto cattolico, e l'altrettanto famoso teologo morale, Germain Grisez - entrambi figure del mainstream cattolico “conservatore” che difficilmente possono essere etichettati come “tradizionalisti radicali” - lo hanno accusato: 
«Secondo la logica di Amoris Laetitia, alcuni fedeli sono troppo deboli per osservare i comandamenti di Dio e possono vivere nella grazia mentre commettono peccati permanenti e abituali “in materia grave". E McDermott aggiunge: "Come l'episcopaliano Joseph Fletcher, che insegnò l'etica della situazione negli anni Sessanta, l'esortazione suggerisce che ci sono eccezioni a ogni regola morale e che non esiste un atto intrinsecamente malvagio».
«Per decenni - continua McDermott - gli Anglicani ortodossi e altri Protestanti che cercano di resistere all'apostasia del Cristianesimo liberale hanno trovato in Roma un sostegno morale e teologico. La maggior parte di noi ha riconosciuto che stiamo combattendo veramente la rivoluzione sessuale, che ha soggiogato e corrotto la chiesa episcopale. Prima è stato il turno della santità della vita e dell'eutanasia. Poi è toccato alla pratica omosessuale. Adesso è il matrimonio gay e l'ideologia transgender. Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, noi non Cattolici sostenendo la teologia morale abbiamo potuto indicare argomenti saggi e convincenti provenienti da Roma ed affermare che, in effetti, “la parte più antica e più grande del Corpo di Cristo è d'accordo con noi, e lo fa con notevole profondità”».
Ora non è più così, afferma McDermott:
«A quanti tra noi continuano a lottare per l'ortodossia, nella teologia dogmatica e morale, mancano quei giorni in cui c'era un faro luminoso che risplendeva oltre il Tevere. Adesso, a quanto pare, Roma stessa è stata infiltrata dalla rivoluzione sessuale. Il centro sta collassando». 
Queste osservazioni sono storiche nel loro significato, così come la lettera aperta a Francesco di padre Thomas Weinandy, uno dei più importanti teologi cattolici del mainstream del Novus Ordo. McDermott trova che la «posizione coraggiosa e di principio» che Weinandy ha assunto contro un Papa ribelle come nessun altro prima di lui dia motivo di speranza. Esprimendo il mio parere, McDermott conclude: 
«Tom Weinandy ci ricorda che Dio solleva luci profetiche quando vengono giorni di tenebre nella sua Chiesa».
Quando perfino un teologo anglicano è pubblicamente sconvolto dal protestantesimo liberale di un Romano Pontefice, nessun Cattolico di buona volontà può continuare a negare l'ovvio. Ma dove stanno i giornalisti neo-cattolici nel bel mezzo di questo grande risveglio? Impegnati come sempre nella loro programmatica difesa dell'indifendibile, per timore che nessuno sospetti che i tradizionalisti radicali abbiano avuto ragione a proposito della direzione in cui la Chiesa è stata diretta dal disastro del Vaticano, e che la narrativa neo-cattolica “normalista” si è enormemente sbagliata, se non è stata addirittura apertamente disonesta, sin dall'inizio.
Per quanto riguarda i Vescovi e i Cardinali che devono sapere che questo Papa è una minaccia per la Chiesa, continuano a mostrarsi ossequienti o, nel migliore dei casi, a protestare ripetutamente che Francesco deve “chiarire” ciò che ha già perfettamente chiarito. Oppure, come il Vescovo Barron, elevato all'Episcopato da Francesco, si lamentano che la crisi che egli ha provocato con Amoris Laetitia è tutta colpa dei blogger cattolici e che i Vescovi dovrebbero «prendere il controllo del processo», perché questi nefandi blogger «costringono le persone a leggere questo documento in un modo particolare». E non si deve nemmeno accennare al fatto che Francesco stesso legge il proprio documento in quel modo particolare, e applaude la sua disastrosa implementazione che ne consegue. Piuttosto, la verità deve essere nascosta per «prendere il controllo» della versione ufficiale, sostituendo le affermazioni della verità innegabile con ammirati elogi per quello che Barron chiama «un documento straordinariamente ricco».

Vorremmo che i dirigenti della Chiesa ci risparmiassero da “documenti ricchi” e ci dessero la Fede dei nostri padri. Ma al momento è inutile contare su di loro. I laici e il loro sensus fidelium sono al momento il baluardo principale della Fede, assistiti dalla grazia dei Sacramenti e dai buoni sacerdoti, come padre Weinandy, che rimangono fedeli a ciò che Dio ha rivelato attraverso la sua Chiesa, nonostante le conseguenze che subiranno sotto un Pontificato che rappresenta una dittatura del relativismo teologico, sostenuta solo dal quel nudo potere e da quella paura di ritorsioni, che il dittatore osa chiamare “Spirito”.

Fonte: The Remnant

 https://www.firstthings.com/web-exclusives/2017/11/is-pope-francis-a-liberal-protestant

ripreso da Chiesa e PostConcilio e Opportune Importune

lunedì 20 novembre 2017

Bologna, clamorosa rivolta dei preti contro i vescovi: no agli immigrati islamici ospitati in chiesa

Prima i cristiani (italiani)


 "La giornata mondiale dei poveri, indetta da Papa Francesco, è questa domenica e si ripeterà ogni anno. Serve a farci aguzzare gli occhi e riconoscere chi è bisognoso e soccorrerlo. Una storia antica, inaugurata da Gesù con il discorso della Montagna. Nel secolo scorso, e per tutto l' arco della storia cristiana, non si era sentita la necessità di inventare una ricorrenza del genere. Senza etichette di marketing sociologico, si era educati a identificarla con il Natale: la sacra famiglia non trova posto all' albergo, il Bambinello nasce al «freddo e al gelo». Guardavamo incantati nel presepio pastori e contadini, ciabattini e re portare doni a chi non ha nulla, per scaldarlo e nutrirlo. Imparando a ripetere quel gesto. Nel post-cristianesimo, per non offendere le altre religioni, si cercano altri linguaggi. Inutile lucidare la nostalgia. La pedagogia di questo Pontefice funziona così. Ottimo: non si è mai troppo generosi con chi fatica a campare e ogni occasione per ricordarselo è benedetta. Personalmente parteciperò come tanti alla colletta alimentare organizzata dal Banco fuori dai supermercati sabato prossimo.
Resta da osservare il modo con cui si celebra da noi questa «giornata». Perché mai tanti vescovi italiani, credendo forse di farsi belli con il Papa argentino, identificano i poveri con i migranti e privilegiano tra loro i musulmani? Una specie di ossessione, che ha la sua convenienza: è la maniera classica con cui gli alti prelati si meritano un servizio dei tg, elogi dai sindaci delle città, che sono quasi tutti di sinistra, complimenti dai sindacati e dai giornaloni, e acquistano punti non per il paradiso ma per il cardinalato. E, via via, scendendo nella gerarchia, i giovani preti ambiziosi puntano a farsi notare con queste pratiche da manuale del perfetto ecclesiastico del nuovo millennio.
Poveri migranti adoperati per la carriera di prevosti e monsignori, così da farsi detestare come privilegiati dai cinque milioni di italiani in povertà assoluta (dati Istat). I quali sono trascurati dalle curie progressiste, perché nella maggior parte dei casi non esibiscono la miseria, ma restano male comunque di essere scartati dai professionisti delle opere buone perché poco utili a far pubblicità ai benefattori. Gli italiani funzionano solo in questo tipo di festival della bontà se senzatetto o carcerati. Se ti vergogni a esibire le toppe sui calzoni, sei morto, non esisti.
Siamo franchi. Questa esibizione di poveri esposti come tali allo sguardo degli altri, non si fa. Si aiutano e si invitano di nascosto. Non è solo una regola evangelica per evitare di menar vanto dell' elemosina, ma anche un invito al rispetto del pudore altrui. Voi andreste ospiti in parrocchia per la giornata dei poveri? Sarebbe come farsi appiccicare un marchio di sfigato sul paltò. Una patacca verde chiaro per i poveri sì, ma non troppo. I miserabili, tipo Cosetta di Jean Valjean, fiocco a pois rossi e gialli, così si tirano su il morale.
Per questo, per mancanza di fantasia ed eccesso di ideologia, per la Giornata dei poveri, si ripiega sui migranti, come una volta ai funerali si portavano in corteo gli orfanelli in divisa. I profughi veri o presunti dei centri di accoglienza sono testimonial perfetti e disponibili, funzionano come i cammelli al corteo dei re Magi.
A suscitare queste note è la ribellione - riferita dalle cronache locali - non urlata ma comunque sentita della maggior parte delle parrocchie di Bologna all' invito del loro arcivescovo, monsignor Zuppi, a celebrare la Giornata accogliendo nelle chiese e negli oratori della città gli ospiti dell' hub di via Mattei (è il nome da aeroporto intercontinentale con cui è chiamato il centro di accoglienza e di indirizzo di richiedenti asilo, quasi tutti musulmani). Zuppi, eccellente persona, è uno dei vescovi emergenti e da prima pagina: viene dalla Comunità di Sant' Egidio, gira in bicicletta, e perciò è qualificato col titolo, senza cui oggi si viene emarginati dai Sacri Palazzi e dalle Logge massoniche, di «prete di strada». Ha pensato di fornire questo consiglio ai curati, ma solo venti su novanta hanno aderito.
Non che gli altri parroci rifiutino di praticare la carità, ma non così, non capiscono perché l' amore per i poveri debba essere pianificato come in Unione Sovietica la raccolta di patate.
Con la Pravda che comunica ai kolchoz a chi tocchino i tuberi più grossi."

di Renato Farina

da:

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13281674/bologna-renato-farina-preti-rivolta-vescovi-accoglienza-immigrati-islamici-chiesa.html

Altre risorse sul tema, cfr.:

https://bonumsemen.blogspot.it/2016/10/breve-sulla-catastrofe-migratoria-e-la.html

http://svulazen.blogspot.it/2013/04/la-caritas-marx-engels-profughi-in.html

sabato 18 novembre 2017

Boom di "bambini transgender" in UK. Allarme dei medici: terapia o moda?

da Tempi:

"Il boom dei “bambini transgender” in Inghilterra. Medici in allarme: è una cura o una moda?" (di Benedetta Frigerio)



Nel 2015 oltre mille minorenni sono stati sottoposti a terapie per il “disordine di genere”. Nella comunità scientifica c’è chi non si fa prendere dall’euforia

Solo nel 2015, fra aprile e dicembre, 1.013 minorenni inglesi sono stati sottoposti a terapie per il “disordine dell’identità di genere”, trattamenti che vanno dalla consulenza psicologica fino al bombardamento ormonale per bloccare lo sviluppo del paziente in vista del cambiamento chirurgico del sesso. Cinque anni fa, nel 2009-2010, i minorenni trattati in questi modi erano 97. Oltre all’impennata del numero di casi, colpisce anche la somma di denaro pubblico – 2,7 milioni di sterline – stanziata per simili cure da un sistema sanitario in grave crisi di sostenibilità.

AUMENTO «STRAORDINARIO». I numeri sono stati resi noti dal Nhs, che è appunto il sistema sanitario inglese, su richiesta del quotidiano The Sun. Come è spiegato nell’articolo, a trattare i bambini che soffrono della cosiddetta disforia di genere (disturbo che porta a desiderare di essere persone del sesso opposto) in Inghilterra sono le cliniche Tavistock and Portman a Londra, Leeds, Exeter e Brighton. Polly Carmichael, direttore del Gender Identity Disorder Service, ha definito l’incremento delle terapie prescritte l’anno scorso «straordinario». Tuttavia è «difficile predire se i numeri continueranno a crescere».

KAIA ORA È KAI. Jack Drescher, professore di psichiatria al New York Medical College, individua una ragione di questo boom nella «crescita di consapevolezza da parte dei genitori del fatto che un sussidio clinico esiste». L’ultimo caso a fare scalpore, un mese fa, aggiunge il Sun, è quello di un bambino di 5 anni tornato nella sua scuola del Nottinghamshire vestito da bambina. Intervistata a sua volta dal quotidiano inglese, Rachel Windsor, madre di una bambina di nome Kaia, racconta che la figlia già all’età di tre anni era convinta di essere un maschio, e ora grazie alla terapia iniziata a 9 anni nella clinica londinese può comportarsi come tale, facendosi chiamare Kai. La signora Windsor dice che è un «sollievo fantastico vederlo finalmente felice nella sua propria pelle».

UN MONITO DAGLI USA. E dire che alla Johns Hopkins University di Baltimora, primo centro americano a praticare la “chirurgia di riassegnazione sessuale”, decisero di mettere fine a questo tipo di interventi proprio perché seguendo i loro pazienti scoprirono che il cambio di sesso non rappresentava affatto una soluzione ai loro problemi. «Produrre un paziente “soddisfatto” ma ancora afflitto dai problemi ci sembrava una ragione inadeguata per continuare ad amputare chirurgicamente organi sani», ha ricordato non molto tempo fa Paul McHugh, l’ex primario di psichiatria della clinica universitaria, in un intervento ospitato dal Wall Street Journal che ha fatto molto clamore. Nello stesso articolo per altro McHugh criticava con parole molto dure proprio le terapie propedeutiche al cambiamento di sesso sperimentate sui bambini anche in qualche centro degli Stati Uniti. Non “solo” per l’altissimo tasso di suicidi riscontrato tra gli individui che alla fine decidono di sottoporsi definitivamente all’operazione (20 volte superiore a quello della popolazione non-transgender). Ma anche perché, stando a solidi studi di follow-up, «sia alla Vanderbilt University sia alla Portman Clinic di Londra, quando i bambini che riferivano inclinazioni transgender venivano seguiti senza terapie mediche o chirurgiche, il 70-80 per cento di loro perdevano spontaneamente le inclinazioni».

NON SI TORNA INDIETRO. Secondo lo psichiatra della Johns Hopkins, «i politici e i media non fanno il bene del pubblico né delle persone con sentimenti transessuali trattando la loro confusione come un diritto da difendere piuttosto che come un disordine mentale che richiede comprensione, trattamenti e prevenzione». Sulla stessa linea il medico inglese Robert Lefever che, in un commento pubblicato dal Sun, ha ricordato che il gender identity disorder «è reversibile», mentre «il cambio di sesso no». E che se «gli adulti hanno la possibilità di scegliere, i bambini meno» anche perché «come tutte le creature più piccole sono facilmente influenzabili». Non si possono trattare i disagi come «mode», sottolinea Lefever, e «dobbiamo essere sicuri di trattare il bambino e non un’istanza psicologica di un genitore insistente».

I PROBLEMI «DEI GENITORI». Perché «è un fatto che alcune diagnosi diventano moda» e «quasi un distintivo d’orgoglio», secondo il medico. E quando «i problemi emotivi dei genitori diventano problemi fisici e psicologici per i loro figli», non ci si può accontentare di proporre come soluzione un bombardamento ormonale. Proprio quello che invece sembra voler avallare il sistema sanitario britannico, permettendo la somministrazione di «farmaci che uccidono le persone in quantità che non sarebbero mai tollerate per altri trattamenti», ricorda Lefever. Tutto questo, si domanda il medico, accade semplicemente perché «il dipartimento vuole apparire buono di cuore, di mente aperta e clinicamente impegnato? Sì». Intanto nel settembre scorso la lobby Gires (Gender Identity Research and Education Society) ha iniziato a premere sul parlamento affinché si cominci a parlare ai bambini inglesi di “temi transgender” e di cambiamento di sesso fin dall’asilo.

mercoledì 15 novembre 2017

Da "Ritorno al Reale" di Gustave Thibon




"Definire la libertà come indipendenza nasconde un pericoloso equivoco. Non esiste per l'uomo indipendenza assoluta (un essere finito che non dipenda da nulla, sarebbe un essere separato da tutto, eliminato cioè dall'esistenza). Ma esiste una dipendenza morta che lo opprime e una dipendenza viva che lo fa sbocciare. La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà. Un forzato dipende dalle sue catene, un agricoltore dipende dalla terra e dalle stagioni: queste due espressioni designano realtà ben diverse. Torniamo ai paragoni biologici che sono sempre i più illuminanti. In che consiste il "respirare liberamente"? Forse nel fatto di polmoni assolutamente "indipendenti"? Nient'affatto: i polmoni respirano tanto più liberamente quanto più solidamente, più intimamente sono legati agli altri organi del corpo. Se questo legame si allenta, la respirazione diventa sempre meno libera e, al limite, si arresta. La libertà è funzione della solidarietà vitale. Ma nel mondo delle anime questa solidarietà vitale porta un altro nome: si chiama amore. A seconda del nostro atteggiamento affettivo nei loro confronti, i medesimi legami possono essere accettati come vincoli vitali, o respinti come catene, gli stessi muri possono avere la durezza oppressiva della prigione o l'intima dolcezza del rifugio. Il fanciullo studioso corre liberamente alla scuola, il vero soldato si adatta amorosamente alla disciplina, gli sposi che si amano fioriscono nei "legami" del matrimonio. Ma la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione. L'uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore. La potenza del nostro attaccamento determina la nostra capacità di libertà. Per terribile che sia il suo destino, colui che può amare tutto è sempre perfettamente libero, ed è in questo senso che si è parlato della libertà dei santi. All'estremo opposto, coloro che non amano nulla, hanno un bello spezzare catene e fare rivoluzioni: rimangono sempre prigionieri. Tutt'al più arrivano a cambiare schiavitù, come un malato incurabile che si rigira nel suo letto." (p. 109-110)