giovedì 19 gennaio 2017

Se Gesù fosse nato 1000 volte




"Anche se Gesù fosse nato mille volte a Betlemme, 

ma non nel vostro cuore, 

sareste ugualmente perduti.
In verità, la Parola eterna 

è sempre pronta a nascere…. Dove? 

In un’anima perduta in se stessa. 

Solo colui che è rinato in una vita totalmente nuova 

può varcare la porta della beatitudine.
Oh uomo, domandi dove si trova il trono di Dio? 

Esso è là dove Dio rinasce in te… come suo Figlio. 

Se tu rinasci da Dio, cioè lo fai rinascere in te, 

tu esci da te ed Egli entra in te".

Angelo Silesio

da


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cfr. anche 

Atti 7, 48-51 




 48 Ma l'Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d'uomo, come dice il Profeta:
49 Il cielo è il mio trono
e la terra sgabello per i miei piedi.
Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore,
o quale sarà il luogo del mio riposo?
50 Non forse la mia mano ha creato tutte queste cose?
51 O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie*, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. 

(*lett. : duri di cervice e incirconcisi di cuore e d'orecchie) 

Fatti e detti di S. Antonio Abate




Fatti e Detti di S. Antonio Abate

1. Un giorno il santo abba Antonio, mentre dimorava nel deserto, fu preso da scoraggiamento e da grande tenebra nei pensieri. E diceva a Dio: «Signore, voglio essere salvato, ma i pensieri me lo impediscono. Che potrò fare nella mia afflizione? Come posso essere salvato?». Sporgendosi un poco, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e prega, poi, di nuovo si siede e intreccia la corda, poi, di nuovo, si alza per pregare. Era un angelo del Signore inviato a correggere Antonio e a rassicurarlo. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». Come udì queste parole, fu preso da grande gioia e coraggio, così fece e si salvò.


2. Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «Signore, come mai alcuni muoiono in giovane età, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri sono ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono in miseria?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Questi giudizi spettano a Dio e non guadagni nulla a saperli». 

3. Un tale interrogò abba Antonio. Gli disse: «Che cosa devo fare per piacere a Dio?». L’Anziano gli rispose: «Fa’ quello che io ti ordino: dovunque tu vada, tieni sempre Dio davanti ai tuoi occhi e qualunque cosa tu faccia, appoggiati sempre sulla testimonianza delle sante Scritture; in qualsiasi posto abiti, non andartene presto. Osserva questi tre precetti e sarai salvo». 

4. Disse abba Antonio ad abba Poemen: «Questa è la grande fatica dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio e aspettarsi la tentazione fino all’ultimo respiro». 

5. Disse ancora: «Nessuno, se non avrà provato la tentazione, potrà entrare nel Regno dei cieli, poiché, disse, togli le tentazioni e nessuno si salverà». 

6. Abba Pambo chiese ad abba Antonio: «Che debbo fare?». Gli disse l’Anziano: «Non confidare nella tua giustizia, non preoccuparti delle cose che passano, domina la lingua e il ventre». 

7. Disse abba Antonio: «Vidi tutte le reti del Nemico stese sulla terra e gemendo dissi: «Chi potrà sfuggire?». E udii una voce che mi disse: «L’umiltà». 
 

8. Disse ancora: «Alcuni rovinano il loro corpo con l’ascesi, ma poiché mancano di discernimento si allontanano da Dio». 

9. Disse ancora: «Dal prossimo ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello, guadagniamo Dio, ma se scandalizziamo il fratello, pecchiamo contro Cristo».

10. Disse ancora: «Come i pesci muoiono se restano a lungo all’asciutto, così i monaci se indugiano fuori dalla cella o si trattengono tra gente del mondo, svigoriscono l’intensità della loro pace con Dio. È necessario dunque che come il pesce si affretta a ritornare nel mare, così anche noi ci affrettiamo a ritornare nella cella, perché non accada che indugiando all’esterno, dimentichiamo di custodire l’interno». 

11. Disse ancora: «Chi dimora nel deserto e cerca la pace, è liberato da tre guerre: quella dell’udito, della lingua e degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore». 

13. Nel deserto vi era un tale che cacciava belve feroci e vide abba Antonio che scherzava con i fratelli. L’Anziano voleva fargli capire che bisogna, a volte, accondiscendere ai fratelli e gli disse: «Metti una freccia nel tuo arco e tendilo». Quello così fece. Gli disse: «Tendilo ancora» e quello lo tese. Gli disse di nuovo: «Tendilo». Gli disse il cacciatore: «Se lo tendo troppo, l’arco si spezza». Gli disse l’Anziano: «Così avviene anche nell’opera di Dio. Se con i fratelli tendiamo l’arco oltre misura, si spezzano presto. Occorre, dunque, di tanto in tanto, accondiscendere ai fratelli». A queste parole il cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato dall’Anziano. E anche i fratelli ritornarono nelle loro dimore fortificati. 

14. Abba Antonio sentì parlare di un giovane monaco che aveva compiuto un prodigio lungo la strada: aveva visto degli anziani che viaggiavano ed erano stanchi e aveva ordinato a degli asini di venire e di portare gli anziani da Antonio. Gli anziani riferirono la cosa ad abba Antonio ed egli disse loro: «Mi sembra che questo monaco sia una nave carica di tesori, ma non so se arriverà in porto».  Dopo un certo tempo abba Antonio incominciò improvvisamente a piangere, a strapparsi i capelli e a lamentarsi. I suoi discepoli gli chiesero: «Abba, perché piangi?» e l’Anziano disse: «E appena caduta una grande colonna della chiesa intendeva parlare del giovane monaco ma andate da lui, disse, e vedrete che cosa è accaduto». Andarono, dunque, i suoi discepoli e trovarono il monaco seduto su una stuoia che piangeva il peccato commesso. Vedendo i discepoli dell’Anziano disse:«Dite all’Anziano che supplichi Dio di concedermi solo dieci giorni e spero di farne penitenza». Dopo cinque giorni morì.

15. Un monaco fu lodato dai fratelli presso abba Antonio; Antonio lo accolse presso di sé e lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo. Visto che non lo sopportava, gli disse: «Somigli a un villaggio ben adorno sul davanti, ma saccheggiato dai ladri sul retro».
 

16. Un fratello disse ad abba Antonio: «Prega per me». Gli rispose l’Anziano: «Non posso aver compassione di te e neppure Dio l’avrà, se tu stesso non ti sforzi nel supplicare Dio».

17. Una volta alcuni anziani andarono a trovare abba Antonio e abba Giuseppe era con loro. L’Anziano voleva metterli alla prova, propose una parola delle Scritture e, a partire dal più giovane, cominciò a chiedere che cosa significasse quella parola. E ciascuno rispondeva secondo le sue capacità. Ma l’Anziano diceva a ciascuno: «Non hai ancora trovato». Alla fine chiese ad abba Giuseppe: «E tu, quale dici che sia il significato di questa parola?». Gli rispose: «Non so». Disse allora abba Antonio: «Davvero abba Giuseppe ha trovato la via, poiché ha detto: "Non so"».

18. Alcuni fratelli partirono da Scete per far visita ad abba Antonio. Saliti sulla nave per andare da lui, trovarono un anziano che pure voleva recarsi là. I fratelli non lo conoscevano. Seduti nella barca discutevano sulle parole dei padri, sulle Scritture e anche dei loro lavori. Ma l’anziano taceva; giunti al porto, scoprirono che anche l’anziano si recava da abba Antonio.

Come giunsero da lui, disse loro: «Avete trovato una buona compagnia in questo anziano». E all’anziano disse: «Ti sei trovato con dei buoni fratelli, abba». Disse l’anziano: «Sono buoni, ma la loro casa è priva di porta e chiunque vuole, può entrare nella stalla e sciogliere l’asino». Così disse perché dicevano qualsiasi cosa salisse alla loro bocca.

martedì 17 gennaio 2017

17 Gennaio - S. Antonio Abate




Coma, Egitto, 250 ca. – Tebaide (Alto Egitto), 17 gennaio 356

S. Antonio Abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell'Egitto, intorno al 250, a vent'anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l'Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un grande discepolo, sant'Atanasio, che contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Conciliio di Nicea. Nell'iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore.

Patronato: Eremiti, Monaci, Canestrai

Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco

Emblema: Bastone pastorale, Maiale, Campana, Croce a T


Martirologio Romano: Memoria di sant’Antonio, abate, che, rimasto orfano, facendo suoi i precetti evangelici distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si ritirò nel deserto della Tebaide in Egitto, dove intraprese la vita ascetica; si adoperò pure per fortificare la Chiesa, sostenendo i confessori della fede durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, e appoggiò sant’Atanasio nella lotta contro gli ariani. Tanti furono i suoi discepoli da essere chiamato padre dei monaci.


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Caposcuola del Monachesimo
 
Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro. A questa forma eroica di santità dei primi tempi del cristianesimo, subentrò un cammino di santità professato da una nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere solo a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini.
Questo fu il grande movimento spirituale del Monachesimo, che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere, dall’eremitaggio alla vita comunitaria. Espandendosi dall’Oriente all’Occidente, divenne la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.
Anche se probabilmente fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, sant’Antonio ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.
Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu sant’Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse la biografia, fonte principale di ciò che sappiamo di lui.


La scelta di una vita penitente
 
Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto. Verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
Attratto dall’ammaestramento evangelico «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi», e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio volle scegliere questa strada. Vendette dunque i suoi beni, affidò la sorella a una comunità di vergini e si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato. Vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva, si alzava e pregava; subito dopo, riprendeva a lavorare e di nuovo a pregare. Era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera che, due secoli dopo, avrebbe costituito la base della regola benedettina «Ora et labora» e del Monachesimo Occidentale.
Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e parte la distribuiva ai poveri. Sant’Atanasio asserisce che pregasse continuamente e che fosse così attento alla lettura delle Scritture che la sua memoria sostituiva i libri.


Le sue tentazioni
 
Dopo qualche anno di questa esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove. Pensieri osceni lo tormentavano, l’assalivano dubbi sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici. L’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali, che aveva cercato di sopire in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.
Chiese dunque aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui. Gli consigliarono anche di sbarazzarsi di tutti i legami e di ogni possesso materiale, per ritirarsi in un luogo più solitario.
Così, ricoperto appena da un rude panno, Antonio si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma. Un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane; per il resto, si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.
In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni. In più, attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale: lo superò perseverando nella fede, compiendo giorno per giorno la volontà di Dio, come gli avevano insegnato i suoi maestri.
Quando alla fine Cristo gli si rivelò l’eremita chiese: «Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?». Si sentì rispondere: «Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…».


Sulle montagne del Pispir
 
Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso. Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva: Antonio vi si trasferì nel 285 e vi rimase per 20 anni.
Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane. Seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto «per essere tentato dal diavolo». Era infatti comune convinzione che unicamente la solitudine, permettesse all’uomo di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così una nuova creatura.


Il discernimento degli spiriti
 
Certamente solo persone psichicamente sane potevano affrontare un’ascesi così austera come quella degli anacoreti. Alcune finivano per andare fuori di testa, scambiando le proprie fantasie per illuminazioni divine o tentazioni diaboliche.
Non era il caso di Antonio: veniva attaccato dal demonio, che lo svegliava nel cuore della notte, oppure gli dava consigli apparentemente per spronarlo a una maggiore perfezione, in realtà per spingerlo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria. L’eremita invece resistette e acquistò, con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, ossia la capacità di riconoscere le apparizioni false, comprese quelle che simulavano le presenze angeliche.


Le prime comunità di discepoli
 
Venne poi il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica giunsero al fortino e lo abbatterono. Antonio uscì e cominciò a consolare gli afflitti, ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume. Ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale. A tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito e l’unione con Dio.


Fuori dall’eremo per difendere i cristiani
 
Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita sant’Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero: i due si scambiarono le loro esperienze sulla vita eremitica.
Nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo: si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede, desideroso lui stesso del martirio.
Forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani, fu risparmiato, ma le sue uscite dall’eremo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana. Sostenne con la sua influente presenza l’amico vescovo di Alessandria, sant’Atanasio, che combatteva l’eresia ariana. Scrisse in sua difesa anche una lettera all’ imperatore Costantino, che non fu tenuta di gran conto, ma fu importante fra il popolo cristiano.


Nella Tebaide
 
Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel fortilizio del Mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo più isolato. Andò dunque nel deserto della Tebaide, nell’Alto Egitto, dove prese a coltivare un piccolo orto per il sostentamento suo e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui.
Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita. Poté seppellire il corpo dell’eremita san Paolo di Tebe con l’aiuto di un leone; per questo è considerato patrono dei seppellitori.
Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia. Morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto.


L’eredità spirituale
 
La sua presenza aveva attirato anche nella Tebaide tante persone desiderose di una vita più spirituale. Tanti scelsero di seguire il suo stile: così fra quei monti sorsero monasteri. Il deserto si popolò di monaci, i primi di quella moltitudine di uomini consacrati che in Oriente e in Occidente portarono avanti quel cammino da lui iniziato, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.
I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere. Nella Lettera 8, sant’Antonio scrisse ai suoi: «Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato».


La protezione contro l’herpes zoster
 
Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo e nello spazio, da Alessandria a Costantinopoli, fino ad arrivare in Francia, nell’XI secolo, a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.
In questa chiesa affluivano a venerarne le reliquie folle di malati, soprattutto affetti da ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segale, usata per fare il pane.
Il morbo, oggi scientificamente noto come herpes zoster, era conosciuto sin dall’antichità come “ignis sacer” (“fuoco sacro”) per il bruciore che provocava. Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e venne fondata una confraternita di religiosi, l’antico ordine ospedaliero degli ‘Antoniani’; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine de Viennois.


Il maiale, il fuoco, il “tau”
 
Il Papa accordò agli Antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade; nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento.
Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio”. Per questo motivo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. Sempre per questa ragione, è invocato contro le malattie della pelle in genere.
Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.
Una leggenda popolare, che collega i suoi attributi iconografici, narra che sant’Antonio si recò all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo. Mentre il suo maialino, sgaiattolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco infernale il suo bastone a forma di “tau” e lo portò fuori insieme al maialino recuperato: donò il fuoco all’umanità, accendendo una catasta di legna.


La devozione popolare
 
Nel giorno della sua memoria liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici. In alcuni paesi di origine celtica, sant’Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, Lug, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maialii. Perciò, in varie opere d’arte, ai suoi piedi c’è un cinghiale.
Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster.
Ancora oggi il 17 gennaio, specie nei paesi agricoli e nelle cascine, si usano accendere i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri, poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e, tramite un’apposita campana fatta con listelli di legno, per asciugare i panni umidi.
Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo. Lo stesso sant’Antonio di Padova, proprio per indicare il suo desiderio di maggior perfezione, scelse di cambiare il nome di Battesimo con il suo. Nell’Italia Meridionale, per distinguerlo da lui, l’eremita della Tebaide è infatti chiamato “Sant’Antuono”.



da

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22300

De la cabala al progresismo



Nel 1970 il teologo e sacerdote argentino, P. Julio Meinvielle (1905-1973) scriveva queste righe  profetiche nel suo saggio  "De la Cabala al Progresismo" (1970).

Nella Conclusione, pag 448, scrive :

“ Non c’è difficoltà a riconoscere che  c’è  una  “chiesa  propaganda” che possa esser conquistata dal nemico,  convertendo così la chiesa cattolica in chiesa gnostica . Si possono avere due chiese . Una propaganda  che divulga (dottrine) attraverso vescovi, sacerdoti e teologi “propagandisti” e persino con un Pontefice di attitudine ambigua  [ attenzione, siamo nel 1970] .    
L’altra chiesa, del silenzio, con un Papa fedele a Gesù Cristo, al Suo insegnamento e con sacerdoti vescovi e fedeli che le siano obbedienti, sparsi per tutta la terra come piccolo gregge (pusillus grex) .   
Questa seconda sarebbe la Chiesa delle Promesse , diversa dalla prima chiesa che potrebbe invece errare e trarre in errore.     Ma (potrebbe verificarsi che …) uno stesso  medesimo papa potrebbe presiedere entrambe le chiese , che esteriormente  apparirebbero esser solo una .
Questo papa, con attitudini ambigue , porterebbe a mantenere l’equivoco , perché da una parte professerebbe una dottrina inattaccabile e sarebbe capo della chiesa delle promesse, dall’altra parte produrrebbe fatti equivoci e persino riprovevoli . Lui ( il papa) apparirebbe  come voler incoraggiare  la sovversione e mantenere la chiesa gnostica in quella della propaganda. L’Ecclesiologia non ha studiato sufficientemente la possibilità di una ipotesi come questa proposta. Però , pensandoci bene , la promessa di assistenza della chiesa , si riduce ad una assistenza che deve impedire all’errore di introdursi nella Cattedra Romana (di Pietro)  e nella chiesa stessa  e inoltre che la stessa chiesa non sia distrutta dai suoi nemici …”

da

http://www.maurizioblondet.it/un-pontefice-ambiguo-la-profezia-padre-julio-meinvielle-nel-1970/


lunedì 16 gennaio 2017

Un passaggio di Dostoevskij e una scultura di Paul Manship




«Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più (...). Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo (…). L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente».


(Fedor Dostoevskij, "I demoni", 1873)


nell'immagine, "Prometeo", 1934, di Paul Manship,
il famoso Prometeo del Rockefeller Center, a Manhattan, NY.
Metafora attuale a triste della contemporaneità.

Al di là dell'abilità dell'artista, e del suo attraente Art Déco manierato,
si rappresenta un mito connesso alla conoscenza come fonte di salvezza, ma che in altri termini è una delle tante metamorfosi della gnosi.
 
Prometeo rubò il fuoco degli dei per portarlo al genere umano. Per punizione fu incatenato ad una montagna e ogni giorno un’aquila veniva a mangiare il suo fegato. Alla fine Ercole uccise l’aquila e liberò Prometeo.

Dal punto di vista gnostico (e massonico) Prometeo si pone come Lucifero, che ruba il sapere agli dei (come la pretesa "conoscenza del bene e del male" offerta ai progenitori) con un atto di Hybris, proclamando l'autonomia e la "libertà" assoluta dell'uomo che si autoincorona Dio:
lo vediamo imprigionato nella materia, ma agitarsi ora più che mai convinto del suo tragico scopo di portare la (falsa) luce.


Chi ha occhi per vedere...


giovedì 12 gennaio 2017

il Silenzio

 
 
Il silenzio è come un carro di fuoco che porta l'anima al cielo come fu portato il profeta Elia.
O silenzio! felicità delle anime interiori, scala del cielo, strada del regno di Dio.
O silenzio! specchio in cui il peccatore vede i suoi peccati, principio di luce, di mitezza, di umiltà.
O silenzio! porto sicuro dove si trova la tranquillità dell'anima, scuola della lettura, dell'orazione, della contemplazione, aiuto per acquistare tutte le virtù e sorgente di ogni bene.
 
(S. Giovanni Crisostomo)
 

mercoledì 11 gennaio 2017

L' "ultimo" (?) discorso d'addio di Obama e la provvisoria scomparsa dell'archivio online de "l'Unità"

Ebbene sì,

dopo vari post di spiritualità, di innalzamento dell'uomo interiore,
siamo riportati a terra da almeno 2 notizie, 
che ci vengono recate in maniera ossessiva, insistente da vari media, quindi meritano 2 parole, almeno di fastidio.

Oggi 11 gennaio 2017 s'è tenuto l'ultimo (davvero?) discorso d'addio del Presidente MAI uscente Obama. 


Ma dico: 
dopo 2 mandati finiti, terminati, strafiniti, dopo 40.000 apparizioni pubbliche Urbi et Orbi già DOPO l'elezione di Trump, 
e altri discorsi pubblici d'uscita, di fine mandato, di siamo agli sgoccioli, di ho quasi finito, di 'mo vado, di ci siamo quasi alla fine proprio, di ho raschiato il barile fin sotto,
e d'addio, 
ora ne fa un altro?


Davvero il caso di chiamarlo  "Il Lungo Addio" , ma non nel senso del romanzo di Raymond Chandler o del film di lì estratto di Robert Altman.

E poi dicono che non c'era nulla di pilotato......Si DEVE, Oportet, Necesse Est amare Obama...
ma per favore.....

E ci "rassicura" su per giù con queste parole: "sarà con noi tutti i giorni, fino alla fine dell'età presente."

(nientepopodimeno...
eppure a me questa frase ricorda qualcosa...)

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L'altra questione arriva dal web: chi ha avuto qualche conoscenza a sinistra, ha già appreso da inizio anno tramite bombardamento di email che sono in lutto per la scomparsa (provvisoria) dell'archivio online di quel grottesco "giornale" (....) "L'Unità", che rientra nell'ampia crisi della testata che perdura da anni, e ora vive un altro periodo no.

Al di là del fatto che a me pare una buona notizia,
voglio ricordare una campagna che L'Unità lanciò anni fa.

Dopo aver tanto predicato sulla "dignità della donna", di non strumentalizzazione del corpo della donna,  (ma solo in senso anti Mediaset e anti caso Ruby, non per altro), di "superiorità morale",
tentò di rilanciare la testata con questa campagna di bassa lega, che a proposito di dignità o strumentalizzazione della donna e superiorità morale aveva ben poco da insegnare a chicchessia:


 
E dopo queste, possiamo tornare alla spiritualità, dove stavamo meglio fin da subito.